Monday, August 26, 2013

"La Stampa" lunedì 26 Agosto 2013

Quando la crisi è grande, la risposta espressiva deve essere adeguata. Leggete quindi , e complimenti al giornale per averla pubblicata.

Friday, August 16, 2013

Antico santuario

Paesaggio

Ficarra, la Madonna nera del Tindari e una bella scossetta


La combinazione di una serie di eventi mi ha portato al desiderio di scrivere questo post.
In ordine sono:
- la visita di due amici che sono alla ricerca delle tradizioni orali del sud d'Italia e dovevano assolutamente vedere la Madonna nera di Tindari (che è qui vicino).
- il ritrovamento di una foto di mio padre trentenne il cui sguardo ha colpito me e alcuni amici di FB.
- la scossetta di terremoto che ha avuto per epicentro proprio questa zona. E' stata prima dei fuochi d'artificio di questa notte che ci sono stati poi come al solito.
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Tuesday, August 06, 2013

La mia InArch



Ricordo i sassi di Palazzo Taverna e il rumore dell'acqua della fontana. Pensate parcheggiavo dentro la corte la mia lambretta 50 attorno al '75.
Si saliva lo scalone e si apriva la porta. E c'era sempre Nicola De Risi, gentile, che tu ragazzo non capivi bene che ruolo avesse ma era rassicurante e protettivo e soprattutto amichevole. All'InArch vedevi tanti e tanti "grandi": brillanti, intelligenti. Ricordo la stagione di Nino Dardi, che era l'intelligenza e la brillantezza (e credo il fascino) impersonificata e che spaziava dall'arte all'architettura e che credo la dirigesse per un poco, e poi ricordo tanti altri. Ricordo il fermo e duro sir Denys Lasdun, ricordo tante e tante serate con gli italiani, con il barbuto Tafuri (non è vero che sono antitafuriano, anzi il mio lavoro senza l'enzima Tafuri non sarebbe per nulla quello che è -1-). Ricordo Argan e se mi sforzo anche molti altri. Si arrivava alle 21, cenati, e ci si sedeva, si fumava la pipa e si capiva che c'era un mondo più ricco di quello che frequentavamo a scuola. Dopo un poco imparai che bisognava soprattutto andare a sentire "le persone di cui non si sapeva nulla" Io di Soleri nel 1977 non sapevo nulla, ma quella conferenza di Soleri all'inArch, che roba!. Ho sempre pensato da allora che nomea omen (si è vero sono un poco partigiano) e ho sempre associato Soleri al sole, a quel sole dell'Arizona che lui sembrava catturare nelle sue architetture. Mio Dio, che scoperta. La più emozionante che io ricordi fu la conferenza di Ralph Erskine. Mai ho visto un uomo-architetto come Erskine. Dopo cinque minuti di traduzione simultanea, con classe e gentilezza indimenticabile, la bloccò e decise che l'avrebbe fatta lui, in italiano. Con dieci parole forse del suo italiano. Ma ci passò tutto quello che era importante. La passione della vita, del vivere,  delle persone; il fatto che l'architettura doveva essere felice, doveva incorporare la diversità, la gioia. Una lezione indimenticabile. 

Si può immaginare allora con quale trepidazione, pochi mesi dopo la laurea, in una occasione che credo riguardasse le "zone O" curata da Carlo Melograni con Piero Ostilio Rossi fummo invitati ad esporre! Luigi e me freschi di laurea potevamo far vedere il nostro progetto alla InArch!. Lo facemmo credo maniacalmente, ma non ricordo altro, null'altro. Alcuni anni dopo Zevi ordinò una mostra che si chiamava "La città Vuota" (2). O meglio invitò una serie di architetti in qualche modo a lui vicini, e me. Io di quel gruppo ero l'ala rigorista. Lontano dalla ricerca più vicina all'arte o  al "Linguaggio Moderno delle invarianti". Niente scomposizione quadrimensionale o elenco, anzi un pervicace, quasi feroce attaccamento ai temi pragmatici. Con mia moglie Donatella presentammo un progetto fatto a Carnegie-Mellon in cui avevamo lavorato tenacemente per mesi  "Una nuova casa americana" (perdendo il concorso, ma facendoci un libro) e montammo il tutto rigorosamente (3). Eravamo un poco dei pesci fuor d'acqua. Ma ricordo ancora il bel viso espressivo e radioso di Diambra Gatti, e i suoi begli occhi azzurri che disse a mia moglie che era sua stata sua allieva "Ma che bello, che giusto! questo progetto". La conobbi allora Diambra e ci siamo voluti veramente bene, e le voglio bene anche adesso dopo tanti anni che ormai non c'è più.
Nel 1989 ci fu la mia prima entré ufficiale. Ero un dottorando di ricerca, che però già al suo secondo anno di dottorato aveva pubblicato un libro nella serie stessa del Dipartimento. Una cosa incredibile e prestigiosissima, per un giovane. Era un libro maniacale su Louis Sauer, mio maestro americano e grandissimo progettista di Case basse ad alta densità nella città costruita. Organizzai una sua conferenza proprio all'inArch che era diretta allora da quella bella persona che è Franco Zagari. La conferenza fu organizzata alle 20 e durò sino alle 22 e rotte. In sala alle 21 e 30 circa arrivo il grandissimo Bruno Zevi che assistettè in piedi insieme ad un emergente architetto, polacco. Era Daniel Libeskind. Finita la nostra ci fu la presentazione di Zevi e di Daniel Libeskind. Pensate un poco. Io dovetti andare via perché ci trasferimmo tutti da me per celebrare quella di Louis che era venuto allposta dall’America. Ancora me ne dolgo, ma non potevo fare altrimenti o forse si. Errori di ragazzi.

Nel 90 o 91, quando da un poco collaboravo assiduamente a "Costruire" di Leonardo Fiori, che sempre ho stimato e sempre mi ha valorizzato in tutti i modi che poteva, scrissi un pezzo sull'InArch. Ma ero giovane e stavo sul concreto, mica mi potevo permettere questi "ricordi". Ma qualche cenno credo ci fosse, di quel bel clima. Negli anni successivi, ormai eravamo negli anni Novanta, partecipavo spesso. Capivo che sempre era il diverso da seguire. Ricordo una strana pomeridiana organizzata da De Masi che ne era diventato il presidente sulla medicina! Imparai moltissimo e capii molte cose sui "sistemi" che quà e là utilizzavo anche in contesto architettonico. Forse avrei scordato la serata infuocata su Bilbao, di cui ho ripreso il ricordo da Luigi. Una volta De Risi mi propose o io proposi a lui (?) una presentazione del mio Terragni ed Eisenman. De Risi volle una cosa meno saggiocentrica (tipo.. nuovi orizzonti della critica) e invitò renato Rizzi che aveva scritto un libro su EIsenman. Fu alla Scala santa. Organizzammo la serata con voci anche discordanti. Fu bella ed intensa a quanto ricordo. L'accoppiata Terragni-Eisenman era una piccola bomba in cui l'establishment architettonico cercava di rispondere, ma c'era poco da fare per la verità: erano così nuovi, cosiìinsopportabilemte belli e perfetti. Mi si poteva certo mettere nell'angolo universitario, ma nel frattempo mi inventavo una bomba atomica come "La rivoluzione Informatica in Architettura". E ricordo quando presentai Greg Lynn, non molta gente in sala, ma ricordo gli amici di "Gomorra" Antonino terranova e Paolo Desideri, che sapevano che bisognava andare dove non si conosce troppo.
Il mio salto ulteriore fu quando su invito di nuovo di Franco Zagari, tenni la mia prima "solo" conferenza: "Sette parole per domani" (4).  Vi rifluivano mixate e strettamente interconnesse una serie di esperienze stratificate. Dal mio insegnamento in situazioni estreme o per la richezza (come l'ETH di Zurigo) o per la difficoltà e la presunta marginalità come quella del Mozambico, i miei forti interessi per la storia, per la anlosi critica anche con i nuovi mezzi informatici ma anche le ragioni profonde dell'imprinting da cercare e rivendicare e l'idea che avevo assorbito da Erskine. "Architettura terapeutica" l'avevo chiamata ed era l'ultima parola per il futuro. In fondo se oggi ho cominciato questa collana "The Proactive revoltuion in Architecture" quello era il filo.
Si era a meta del 99 ed era il mio punto di maggiore vicinanza e di più fitta corssispondenza con Zevi e le mie lettere di allora e le sue erano così dense, così belle: un giorno chissà, chi vorrà le leggerà.

Ebbene in questo clima alla fine dell'anno mi arriva una telefonata. Zevi voleva vedermi perché aveva deciso di dare a Massimo Locci, a Luigi e a me la direzione scientifica di un grande nuovo convegno dell'InArch. Eravamo, credo che qualcuno ci chiamò così " i tre saggi". Andammo allo studio e discutemmo sul da farsi.

Si era a due anni da Modena, Zevi stava benissimo e voleva rilanciare con forza l'idea che l'InArch doveva essere un cuneo per incidere concretamente  nella società. Lavorammo con forza al programma noi tre a casa di Massimo e mettemmo su un programma con ospiti internazionali che raccontavano di prima mano le esperienze di rinnovamento delle loro città. Anche se con Luigi eravamo in freddo grazie a Massimo lavorammo benissimo e di comune accordo e mettemmo su un bel parterre sfruttando le conoscenze dirette e i contatti.
Zevi improvvisamente morì  l'11 gennaio del duemila. La conferenza  fu alla fine del mese. Fu vibrante e credo il punto più alto raggiunto da quando io frequentavo l'InArch di cui presidente era l'industriale, molto noto e potente Guzzini.
Nei mesi successivi dopo il convegno avevo mille angosce e preoccupazioni legate all'Universale di Architettura, stavo male anche fisicamente, e non seguì quello che bolliva in pentola. A metà giugno c'era l'elezione delle nuove cariche direttive e mi telefona un amico che mi dice: "Nino vieni, ti stanno tagliando fuori!." Andai a via di Ripetta e scoprii il sistema italiano della lista. Cioè si erano predeterminate tutte le cariche in una lista chiusa di undici nomi che era data a tutti i soci. Io non ero in lista (!) , ma siccome le persone mi videro, ottenni un alto numero di voti, ma ciascuno aveva tolto un nome diverso dalla lista e in questi casi è praticamente impossibile essere eletti: Voilà l'invenzione "democratica" della lista!  Vero, non me ne ero interessato per nulla, ma come dire perché estromettermi?

Poi capii che  la mia estromissione era strategica, soprattutto perché l'InArch, scomparso Zevi,  stava per aprire un fronte di corsi a pagamento che francamente mi avrebbe visto, anche in quanto professore universitario di ruolo che quelle corse insegnava e condivideva pubblicamente, contrario. Alla nascita del primo a pagamento protestai in dieci righe sul mio sito, che ebbero eco.
Non mi sono mai più iscritto all'InArch anche se sempre su invito di Franco Zagari e poi di Livio Sacchi vi tenni ogni quattro anni un'altra conferenza (V). Vi presentai le prime riviste web in Italia nel 2001 (5), e feci anche io alcune cose con l'InArch Sicilia. Alcuni amici che stimo, in particolare Massimo Pica Ciamarra e anche Massimo Locci, ogni tanto me ne riparlano ma non me la sono più sentita. Ogni tanto ci vado, ogni tanto parlo, quando mi fu chiesto entrai nel Comitato scientifico, necessario evidentemente per accreditare l'istituzione, ma dopo la prima riunione non siamo stati più chiamati. Concordo con il giudizio di Luigi: siamo troppo affezionati per sentirci lontani, la osserviamo con rispetto, ma soprattutto con nostalgia. 

Monday, August 05, 2013

Le riunioni alla Testo&Immagine e altro


Ricordo una volta, che siccome mi domandavo come mai un mio pezzo non usciva, scrissi direttamente al nuovo editore della rivista "l'Architettura". Zevi il giorno dopo tuonò: "Stai lontano dai miei editori!". Io invece mi mossi, anima candida, sempre al contrario: feci sempre di tutto per condividerli i miei editori.
In particolare con Luigi mi sforzai di inserirlo nel "sistema" della Testo&Immagine. Prima portandolo a cena con l'allora sconosciuto per lui Vittorio Viggiano, poi in ogni possibile occasione spendendomi per lui e anche per la sua idea di una collana di manuali e molto altro, ovviamente. Il mio ragionamento era: "Siccome questa è una casa editrice piccola, e siccome nel parco di Bruno Zevi non sono tutti grandi autori, se io lo rafforzo con elementi di qualità, tutti ne guadagnano: il pubblico, la casa editrice, la collana."
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Friday, August 02, 2013

"Architettura e Modernità". Appunti sulla genesi del libro



Il libro di storia progettato insieme cui si riferisce Luigi Prestinenza Puglisi (1) fu ideato in un viaggio in aereo, al ritorno da una lunga ed intensa conferenza a Catania (che aveva tutta una prima parte su Terragni e un'altra sul Eisenman.. per chi la ricorda) Eravamo, ne sono quasi certo, nel dicembre del 1996.  Avevo pubblicato da poco Giuseppe Terragni Vita e opere, Laterza 1995, 4ed. 2011. Il libro aveva molti aspetti di novità anche di metodo e avevano fatto di tutto per bloccarlo, forse perché era ineccepibile filologicamente ma lontano dallo storicismo. Era anzi vibrante sia dal punto di vista della ricostruzione culturale e politica, che di quella architettonica.
Facemmo una decina di riunioni al mio dipartimento, per discutere molto intensamente di questo libro di storia a quattro mani, registrandole. Ricordo che Luigi in risposta a dei miei scritti esemplificativi mi disse "Nino sì, questo è geniale, deve essere dichiarativo!"
Qualche tempo dopo uscì This is Tomorrow che io avevo capito da lui e da Marro fosse una antologia. Era invece un libro a sua firma di quella che poteva essere una parte del libro comune. Negli anni successivi fece uscire gli altri due per comporre la sua trilogia di Storia. Io pubblicai il mio solo nel 2010 (2). Il titolo è Architettura e modernità Dal Bauhaus alla Rivoluzione Informatica e uscì con Carocci.  Giudicate voi: Da questo link si accede a materiale introduttivo in pdf e a molte recensioni.


(1) "AUTOBIOGRAFIA A-SCIENTIFICA (45): L’ultima cosa che decidemmo di fare con Nino Saggio, prima che i nostri rapporti si rompessero, fu una storia dell’architettura del 1900. Ne parlammo in un viaggio in aereo e buttammo giù anche uno schema per dividerla in libri ciascuno della durata di un decennio, ciascuno caratterizzato da una parola chiave. Ci fu anche il progetto di raccogliere i nostri scritti, specie quelli apparsi su Domus. Nino li collazionò in una bozza, ma la situazione precipitava. Avevamo litigato altre volte, e anche duramente, ma poi dopo qualche tempo i rapporti di amicizia e di collaborazione erano ripresi. Sapevamo del resto che eravamo come i ricci di Schopenhauer che quando stanno lontano si cercano e vicini si pungono. In questo caso giocava a sfavore il fatto che ambedue, non più in un gruppo ma individualmente, operavamo nello stesso campo: quello della critica. E quando il campo di azione si sovrappone il conflitto è inevitabile. Inoltre, devo dire, tutti quelli che potevano fare qualcosa per metterci contro, volontariamente o involontariamente, lo fecero. Compreso l’editore della Testo & Immagine -la casa editrice dove la nostra responsabilità, alla morte di Zevi, si era accresciuta- il quale, sia pure a fin di bene perché in fondo era una brava persona, sfruttò la rivalità per cercare di meglio gestire le sue collane. A distanza di tempo, non credo che questa rottura sia stata solo un male perché ha costretto ciascuno a mettere a punto un proprio percorso, anche se a me , e sono sicuro anche a Nino, ha pesato dal punto di vista umano. Entrambi abbiamo proseguito, ognuno per conto suo, il progetto della storia dell’ architettura del novecento. La mia strategia consisteva nel considerare il volume This is Tomorrow come il primo di una trilogia che esaminava il secolo attraverso tre avanguardie: la prima dal 1905 al 1933, la seconda che appunto con This is Tomorrow andava dal 1956 al 1976 e, infine la terza, che copriva i nostri giorni. E difatti nel 2001 uscì Silenziose Avanguardie che si occupava del terzo periodo e due anni dopo, nel 2003, Forme e Ombre, che si occupava del primo. A questo punto occorreva solo inserire un raccordo, che copriva il periodo dal 1934 al 1955, e la storia del 1900 era fatta. E così feci con la rapidità che ha sempre contraddistinto il mio lavoro, ma la Marsilio, che intanto era subentrata alla Testo& Immagine, mi tenne il testo appeso per anni. Questa però è un'altra storia istruttiva che vi racconterò tra una decina di puntate. (continua)." Luigi Prestinenza Puglisi su Face Book, 2 agosto 2013

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