Wednesday, July 31, 2013

Saltare oltre per mostrare agli altri che ciò è possibile e che c'è un mondo qui.


In "Introduzione alla Rivoluzione Informatica in architettura" (Carocci 2007) illustro che il punto è cercare di "costruire" il mondo ad immagine e somiglianza dello strumento (!). Il concetto è condensato nella parola reificare. La prospettiva non serve solo a vedere/pensare il mondo (1), ma a "costruire" il mondo per essere capito e abitato attraverso essa lei medesima prospettiva. La prospettiva è lo strumento che innesta la rivoluzione architettonica di Brunelleschi. Brunelleschi - inventa ! - una architettura nuovissima e rivoluzionaria per essere prospettivizzabile!. Mi sono soffermato su questo punto moltissime volte perché è cruciale e perché innesta l'idea fondamentale che "lo strumento" (lo chiamo così seguendo Alexander Koyrè, piuttosto che "forma simbolica"alla Panofsky) determina crisi, invece che soluzioni!! Anche lo strumento informatico è "fonte di crisi"ovviamente, quando ci si interroga non tanto su quanto esso serva a fare le cose che facevamo già, ma su che nuova idea di spazio e di architettura questo strumento potrebbe innestare.

Questa idea struttura la collana "La Rivoluzione Informatica" (ragazzi siate orgogliosi di leggere queste spiegazioni dirette e veloci in un blog o in un face book!) e si ritrova forte nell'ultimo capitolo di "Architettura e Modernità dal Bauhaus a La Rivoluzione Informatica" (Carocci 2010). Spero di non farvi girare la testa. Ma è esattamente questa questione che si ricollega con il tema del salto ripreso da Luigi Prestinenza Puglisi (2), come fatto della "nostra" generazione (francamente avrei dei dubbi su questo, certamente è un mio leit-motiv fortemente condiviso in alcune fasi della sua vita anche da lui, ma ... "dalla nostra generazione"? mi piacerebbe aver influenzato tutta la nostra generazione, ma credo che il mio lavoro su questo punto (crisi, informatica, salto, cambio di paradigma) abbia esercitato influenza certamente su di lui e forse su altri, ma non credo affatto che sia così generalizzato, magari!).

La disputa tra i continuisti e i discontinuisti della linea evolutiva... messa in evidenza da Aragona (3) può essere illuminante solo se si capisce che se non entra in gioco la crisi, la faccenda si impantana! Quello che determina uno scatto rispetto alla lenta evoluzione continuista è appunto una crisi, che obbliga a cambiare (anche se i tempi dei cambiamenti possono essere di diversa durata - ! ) (4)

 E' quindi la crisi che innesta la ricerca di una estetica di rottura e cambiamento, e una tensione alla modernità , .. una frase che da quando Bruno Zevi me la disse attraversa molti dei miei scritti e discorsi. Ripresa mille volte, ma sempre utile. E voglio dire con molta chiarezza, una volta per tutte, che se è certo che la frase mi fu detta da Zevi (e mai veramente da lui sviluppata) essa è diventata arma proprio nelle mani di chi scrive perché la crisi non è solo quella sociale o politica, ma spesso la è crisi data dall'arrivo di un nuovo strumento! L'informatica, appunto, è prima "crisi" che soluzione perché innesta  interrogazioni, e ricerca sul nuovo strumento!  E il problema non è affatto un problema di Linguaggio, è molto molto più ricco di implicazioni.

Ma pensate a un'opera come Blur! in quel caso l'informatica serve per fare le stanzette dell'alberghetto in Autocad copiando i lavandini, oppure innesta la domanda su che cosa vuol dire l'interattività, che tecnologia implica che nuova visione di architettura suggerisce, che cambio di paradigma innesta?

Riassumendo: si, procediamo per salti, non perché ci piace ma perché abbiamo il coraggio di interrogarci criticamente. Pochi se lo possono permettere e pochissimi con continuità. Questa interrogazione non è "soluzione" ma crisi, ed è faticosa e non ha approdi predeterminati. Una di queste fondamentali crisi è quella rivolta all'arrivo di nuovi strumenti. "Datemi una corda e costruirò" - "Lo strumento di Caravaggio" la esemplificano.


Note
 1. Alessandro Luigini: "Negli anni in cui questa rivoluzione ampiamente incompresa si compiva in termini maturi (i primi anni 2000) ho avuto la possibilità di studiare il fenomeno in modo, col senno del poi, molto approfondito e sperimentale, tanto che la mia tesi di laurea (sul rapporto tra architettura e cultura digitale) fu compresa solo dal mio relatore e dal mio correlatore... e negli anni a seguire (parliamo di 2009-10) portai ancora alcune tesi elaborate quasi 10 anni prima in un workshop per la scuola di dottorato del Politecnico di Torino, e le discussi con Marco Brizzi, Nino Saggio e una collega della Columbia University del quale ora mi sfugge il nome. La pervasività del digitale non è bilanciata da un'analoga pervasività del dibattito teorico che ne è seguito. Inoltre ti segnalo un mio scritto (credo introvabile, per cui te lo invierò via mail) sulle FORME SIMBOLICHE, in cui estendevo la visione di Panofsky all'ambito cartografico, in cui dimostro (anche o soprattutto grazie agli scritti di Egerton) che la scoperta dell'America sarebbe stata impossibile senza il processo che portò alla condifica della prospettiva rinascimentale. Rappresentare (in prospettiva dal 400 al 900, in digitale oggi) è una forma simbolica per vedere\pensare il Mondo. " post contenuto in: Luigi Prestinenza Puglisi Autobiografia scientifica 38 su Face Book il 31 luglio 2013

(2) "AUTOBIOGRAFIA A-SCIENTIFICA (38): l’idea che ha accompagnato la mia generazione è che la conoscenza proceda a salti. In realtà si tratta di una ipotesi che ha le sue origini nella filosofia neokantiana. E difatti uno dei libri che ha segnato la mia formazione è stato La prospettiva come forma simbolica di Erwin Panofsky, un saggio che spiegava come un certo modo di vedere lo spazio, quello prospettico appunto, non era affatto universale né tantomeno naturale e dipendeva da una cultura, cambiando la quale si sarebbero determinato un salto concettuale e nuove visioni del mondo. Sulla stessa idea di conoscenza per salti sono fondati i ragionamenti di altri filosofi e scienziati: si pensi per tutti ai concetti di episteme di Foucault o alla concezione dei paradigmi di Kuhn. L’ipotesi di lavoro dei libri Hyperachitettura e This is Tomorrow era conseguente a questo approccio: e cioè che la civiltà elettronica della quale siamo oggi pervasi potesse rappresentare uno di questi salti epocali. Da qui appunto l’idea di dividere il novecento in due periodi distinti, uno segnato dallo standard e dal meccanico, l’altro dalla ricerca della diversità e dai flussi immateriali e, soprattutto, il bisogno di individuare nell’architettura caratteri salienti che testimoniassero il salto. La ricerca del nuovo non era quindi determinata né dalle mode né da altri fattori estrinseci ma da un bisogno di capire in che modo la nostra società aveva e avrebbe reagito a trasformazioni epocali. Ovviamente con la consapevolezza che certi fenomeni avvengono non sull’onda corta della cronaca ma su quella lunga della storia. D’altra parte il cemento armato, per fare un esempio di una innovazione che ha agito sul modo di costruire, è stato inventato alla fine dell’ottocento ma i 5 punti dell’architettura moderna di Le Corbusier, che ne formalizzavano le conquiste , sono stati mesi a punto nella seconda metà degli anni venti, oltre cinquanta anni dopo. Se non si capisce il nesso tra cultura e ricadute architettoniche non credo si possa mai capire la passione con la quale certe scelte formali sono state da me e da altri critici sostenute e il perché abbia spesso fatto ricorso a vocaboli quali reazionario, tradizionalista, luddista contro gli avversari di queste tesi. Infatti, si parlava di forme ma, insieme e soprattutto, di concezioni del mondo. Quale è stato l’errore fatto? Che in un primo momento, ma solo in un primo momento, siamo caduti in un certo meccanicismo senza approfondire, per quanto sarebbe stato dovuto, il fatto che la storia non solo registra il cambiamento tecnologico ma se ne difende producendo cambiamento culturale. Per capirci e facendo un esempio. Oggi reputiamo che una risposta alla società delle macchine più intelligente sia stata quella elaborata da Wright, che attaccò i difetti della standardizzazione puntando alla natura ma senza esorcizzare la prima ( anzi ripensandola), invece che dal Klein e dai teorici dell’existenz minimum che erano succubi dell’ideologia del taylorismo e della catena di montaggio. E così non è detto che per la migliore risposta alla società dell’elettronica siano le sfogliatelle o i cavolfiori digitali di Greg Lynn ma potrebbero esserlo di più i ragionamenti sofisticai di un Herzog@de Meuron o di Diller@Scofidio o di Jean Nouvel o dello stesso Renzo Piano. Certo è che non ha senso, come invece hanno fatto altri critici, dichiarare che la nuova architettura sia ammalata di nuovismo e che le nuove forme, a questo punto, varrebbero esattamente tanto quanto le vecchie (continua)" Luigi Prestinenza Puglisi Autobiografia scientifica 38 su Face Book il 31 luglio 2013

(3) Guido Aragona salti o "equilibri punteggiati"? (rif.Gould Eldredge, poco dopo, 1972 http://it.wikipedia.org/wiki/Teoria_degli_equilibri_punteggiati e

 (4) La pittura per esempio è in genere molto più rapida dell'architettura, e a volte la letteratura e la poesia ancora più rapide della pittura. Ma non sempre è così. Per esempio la "crisi" della scoperta della prospettiva influenzò rapidissimamente la piccola enclave dove era nata e attraversò come un fulmine pittura architettura e scultura!

Tuesday, July 30, 2013

La nascita di HyperArchitettura, primo volume della collana "La rivoluzione informatica in Architettura"



Ho scritto in altre occasioni della nascita della Collana (1), ma incuriosito ed interessato dalla recente autobiografia di Luigi Prestinenza Puglisi (2) voglio raccontare nei dettagli la nascita del primo libro (3).
Ideata "La rivoluzione informatica in architettura" nel dicembre del 1996,  scelsi successivamente i primi cinque volumi. Iniziai con Gerhard Schmitt, guru dell'informatica, cattedratico di Caad a Zurigo e mio antico collega a Carnegie-Mellon, poi Maia Engeli del gruppo di docenti della cattedra di Schmitt, poi "Terragni Virtuale" di Galli e Mühlhoff che si basava sulla tesi di laurea che avevo guidato nel mio periodo di insegnamento a Zurigo, poi "Eisenman digitale". Il giovane Luca Galofaro mi aveva parlato del suo periodo a studio Eisenman e gli proposi questo saggio-racconto dal punto di vista del rapporto tra Eisenman e l'informatica. Riflettei a lungo sul quinto titolo. Zevi mi aveva in più ripreso sottolineato che non si poteva dirigere una collana e scrivervi allo stesso tempo, ma vi era lo stesso bisogno di un libro "quadro" che facesse capire perché con l'informatica cambiava il contesto stesso della ricerca architettonica.
Avevo da poco fatto il punto a proposito. Nel febbraio del 1997 Paola Coppola Pignatelli mi aveva invitato a fare una relazione ad un suo convegno e sostenni che non ci si doveva avvicinare all'informatica per via "tecnica" o "manualistica", come era allora d'abitudine, ma per una via concettuale, via un "pensiero" critico, via una sfida  estetica. Sembra ovvio, ma fu un punto importante. La mia relazione (era ancora con le diapositive) illustrava soprattutto alcune ricerche dell'arte concettuale per collegarle ad alcuni principi dell'informatica..  per esempio la discontinuità, il salto, la metafora. Non la faccio lunga.

Alla fine, dopo averci a lungo pensato mi venne l'idea: "Sì, Luigi questo lo può fare".
Ne avevo sempre ammirato anche l'ampiezza  della cultura e sapevo della sue sterminate e appassionate letture filosofiche (lo ricordo giovanissimo che digeriva anche astrusi volumi di estetica che si producevano non lontano dalla nostra cantina-studio). Ma questa competenza aveva avuto poche ricadute pratiche (forse una o due recensioni) e per me era un autentico "spreco". Presi la decisione e gli dissi qualcosa del tipo: "Luigi fa tu questo libro sull'informatica e lo spazio, nella mia nuova  collana. Ma deve essere un libro che vede il discorso in chiave di riflessione 'alta', di riflessione profonda. E poi devi assolutamente far comprendere non solo il mondo della filosofia, ma anche quello della ricerca artistica."
Alla fine di febbraio del 1997 partii per una lunga missione di insegnamento all'estero, in Mozambico dove per farmi capire avevo inventato un insegnamento per parole chiave,  che in realtà una volte spiegate richiamavano una profondità di pensiero, di ragioni e di modalità operative. Anche il mio libro su Gehry era impostato cosí: Assemblare.. Spaziare.. Fondere..

Prima di partire consegnai a Luigi una pila di libri della storia dell'arte Moderna di Russoli (bellissimi), perché volevo stimolarlo e indirizzarlo il più possibile. Per me era una grossa scommessa: Luigi non aveva, forse mai, menzionato prima nei suoi scritti la parola Informatica o Caad, non aveva  partecipato né conosceva tutto quel filone, quelle ricerche  pionieristiche dei convegni dell'insegnamento con il Computer, né tanto meno aveva  insegnato Caad. Ma siccome io non volevo un libro tecnicistico, ma un libro quadro, Luigi era secondo me la persona migliore che io conoscessi e di cui avevo stima per fare il libro. Inoltre si compiva con la proposta un mio progetto personale e amicale, quello di tirarlo fuori dalle secche della manualistica, del professionismo e della politica per farlo approdare compiutamente nel campo in cui la sua intelligenza poteva brillare, quello della scrittura architettonica. Naturalmente avevo anche un forte interesse personale, fare il libro migliore possibile per lanciare al menglio la mia "sezione" come si chiamava in quella fase e rafforzare la universale di Architettura con autori di qualità.

Vidi il libro in prima stesura in autunno e mi piacque (!). Luigi aveva sviluppato quello che mi premeva come direttore di collana e anche molte cose che ci si passano l'uno con l'altro senza neanche dirle. Aveva delle parti molto belle ... da Wittgenstein a  Duchamp che poi diventò una sua specie di mania.
Condividevo le tre parole fondamentali che ne segnavano la struttura e che erano sviluppate con grande ricchezza e brillantezza. Il libro funzionava, ma secondo me aveva bisogno di qualcosa di più vicino anche al dibattito architettonico e soprattutto aveva bisogno di un grande personaggio che esemplificasse la ricerca di una nuova architettura via l'informatica. Era Toyo Ito secondo me la chiave di volta, e gli diedi il numero di "El Croquis". Luigi,  molto colto e informato, non lo conosceva  (ed è preciso anche su questo piccolo dettaglio) e ci si buttò al solito a capofitto: lo capi a fondo, comprò tutto il disponibile,  e lo inserì alla fine del capitolo introduttivo. Il primo capitolo del libro era così denso e pieno di frizzanti riferimenti. Non ero d'accordo su tutto, in particolare il Centro Pompidou per me è l'ultimo edificio del mondo industriale piuttosto che il primo dell'informatica, ma non faceva nulla, il capitolo andava bene e rendeva secondo me il libro migliore.

Lavorò con attenzione agli apparati. Innanzitutto al "Per Approfondire" che avevo inventato quando era senza biblioteca in Africa,  e già utilizzato nei miei libri precedenti per dare profondità anche bibliografica senza appesantire il testo e poi a un sistema di impaginazione delle immagini  come una sorta di tavola a tema. Questi pagine sono stupende nel libro, riguardarle per credere. Luigi cercò il meglio e addirittura tagliò i libri e le riviste per dare all'editore le migliori riproduzioni possibili  e venne un sabato mattina di dicembredel 1997  nell'aula grande del mio dipartimento a Valle Giulia e io li fotografai in diapositiva in due copie. Avevamo entrambi più di quaranta anni, ma ne avevamo fatti di lavori insieme e non ci preoccupava certo questo.
Rilessi ancora tutto,  ma non funzionava perfettamente. Esisteva un pubblico di specialisti di informatica, i miei colleghi architetti come Peter Anders, Greg Lynn, Lars Spuybroek eccetera che non avrebbero capito forse come questo libro di arte e filosofia potesse dire qualcosa di importante nell'informatica. Bisognava centrarlo di più (almeno dal mio punto di vista). Ora se Luigi dice che questo libro è il suo più bello, "Hyperachitettura" è  non solo la prima ma certamente la mia più bella Prefazione (ne ho scritte una quarantina..), soprattutto centra alcune questioni chiave. Misi questo testo, come Postfazione (4) e il testo divenne anche, come apparirà via via sempre più chiaro, il programma stesso della collana. Volevo dire e far capire come l'Informatica fosse qualcosa di completamente nuovo, come l'interattività ne fosse l'elemento saliente e soprattutto che questa interattività dal campo informatico si doveva trasferire in una indispensabile caratteristica della nuova architettura. Per dire tutto questo, inventai la parola "HyperArchitettura" e il libro stesso si chiamò, a questo punto,  come la postfazione, HyperArchitettura (e quello che era il titolo originale "Spazi dell'età dell'elettronica", diventò il sotto titolo).
Tutto quello che ha scritto Luigi Prestinenza Puglisi su questo libro nella sua autobiografia è bello, ma immagino che per qualche lontano fan del libro e della collana che mi scriveva alla email con cui firmavo le mie prefazioni, una visione stereoscopica sia migliore di una monoculare, o no? Alla fine i libri vanno comunque per la loro strada e incrociano autonomamente le idee e le vite dei lettori.
Alla fine ricordo una foto: feci chiamare Luigi dal portiere al palazzo dell'Eur e gli regalai, credo, il libro che avevo appena comprato in edicola. Ci fu fatta una foto. L'ho perso quello scatto.

1.
"L'idea della collana mi è venuta nel novembre del 1996. A quel tempo era stata appena pubblicata la mia monografia Peter Eisenman. Trivellazioni nel futuro e stavo completando quella su Frank Gehry Architetture Residuali. I libri erano collocati all'interno della collana di tascabili Universale di Architettura (stampata dalla Testo&Immagine di Torino) e diretta da Bruno Zevi. Conoscevo Zevi dal 1976, ero stato suo allievo per molti anni, avevo già pubblicato libri e articoli nelle sue collane e riviste e intrattenevo con lui una fitta corrispondenza. Insomma era il mio maestro. I tascabili dell’Universale di Architettura, uscivano mensilmente anche in edicola, erano molto ben fatti tecnicamente con buona carta e foto a colori, avevano un prezzo contenuto e stavano scuotendo il sonnecchioso dibattito culturale italiano. Erano il frutto di una sua lunga e appassionata battaglia verso la comunicazione.

In questa fase venne da me l'editore della Testo&Immagne (l'ing. Vittorio Viggiano) per offrirmi maggiori responsabilità editoriali rispetto al mio abituale ruolo di autore (anche se di successo).

Io non volevo fare alcunché che mi mettesse in conflitto con il mio maestro Bruno Zevi. Decisi allora di proporre un nuovo fronte di libri che trattassero il rapporto tra informatica e architettura con l’approccio "Strutturale, Culturale e Formale" che ho descritto. Insomma non libri tecnici ma libri che aprissero un fronte di dibattito intellettuale sul rapporto tra informatica e architettura." Continua a leggere qui: "Talking about the Revolution", Intervista a Antonino Saggio di Fredy Massad and Alicia Guerrero Yeste "Il Progetto" #9, gennaio 2001.

2. "AUTOBIOGRAFIA A-SCIENTIFICA (35): il libro migliore che abbia scritto è HyperArchitettura uscito nel 1998 quando avevo quarantadue anni. Me lo aveva commissionato Nino per iniziare la collana della Rivoluzione informatica. Mi trovavo in un momento difficile. L’anno prima il medico curante di mia zia Letizia mi aveva telefonato per chiedermi di andare a trovarlo. Mi comunicò , senza giri di parole, che a zia rimanevano un paio di mesi di vita. Così fu: morì di lì a poco in una clinica chiedendo in siciliano, lei che aveva una magnifica padronanza della lingua italiana, a sua madre di portarle dell’acqua. Era febbraio 1997.
L’idea del libro mi venne a fine agosto ( dell'anno successivo o di quell'anno?) mentre mi trovavo in aereo, un posto che favorisce i pensieri, forse per la pressurizzazione della cabina. Dovevo scrivere un testo giocato su tre piani: uno accessibile, uno più approfondito e un terzo destinato a chi ne avesse le chiavi di lettura e che andasse dritto alle questioni per me più importanti. La struttura era semplice. Tre parole: proiezione, mutazione, simulazione. Per fortuna il viaggio era lungo. Mi diede modo di riempire di appunti alcuni menù mentre mia moglie mi guardava con la faccia di chi sa che ogni tanto queste cose – strabuzzo gli occhi, mi astraggo e scrivo compulsivamente - mi prendono ma non sono gravi.
L’idea me la aveva suggerita Baudrillard ma prima di quel viaggio non ci avevo fatto caso: tutto è scambio, scambiamo le parole con le cose, e le cose tra loro, e le parole tra loro in un processo circolare e senza fine. Affinché lo scambio avvenga, gli oggetti diventano uno metafora dell’altro e lo strumento privilegiato della metafora è la proiezione: quella di Wittgenstein del Tractatus, quella delirante e multidimensionale (2D-3D-4D) di Duchamp del grande vetro, quella degli archetipi di Jung, quella delle tavole di verità della logica simbolica che si proiettano su circuiti elettrici dei computer. Sino a quella della macchina che ti fa la TAC in clinica e dei PC che ricorrono all’immagine della finestra o delle cartelle. Il mondo, per un attimo, mi appariva chiaro ( e fui felice qualche anno dopo quando vidi che a una conclusione simile era arrivato Paul Feyerabend, nel suo libro postumo sulla conquista dell’abondanza). E mi appariva ugualmente chiaro che il passo dalla proiezione alla mutazione era immediato e dalla mutazione alla simulazione non maggiore. Beh, adesso è troppo lungo da spiegare. La faccio breve: avevo trovato come nell’età dell’elettronica l’architettura potesse essere spazializzazione di pensiero e come oltretutto, ciò ci desse le chiavi per meglio comprendere il passato dell’architettura e del pensiero.
Tornato a Roma misi a posto la bozza e la mandai a Nino. Il quale credo sia rimasto un po’ male. Troppo astratta. Parlavo di cose che apparivano in fondo laterali all’architettura: Jung, Wittgenstein, Duchamp, Borges, l’arte concettuale. Mi chiese con delicatezza di allungare il teso aggiungendo un capitolo di attualità e mi suggerì di andarmi a vedere Toyo Ito. Cosa che feci con piacere anche se sapevo che in questo modo il terzo livello del testo sarebbe diventato ancora più difficile da percepire. Feci iniziare l’età dell’elettronica con il centro Pompidou. Aggiunsi, infine, una dedica a Antonio Prestinenza, Nellina Prestinenza Puglisi e Letizia Puglisi, ma anche questa con il suo gioco di nomi e di connotazioni esistenziali è incomprensibile a chi non mi conosce. E, infine, cercai di accennare alla mia concezione del tempo – il tempo che lascia rovine e la volontà di non farci travolgere- con una citazione di Kettering, che però mi rendo conto, ha più fuorviato che indirizzato: “il mio interesse è nel futuro perché è lì che passerò il resto della mia vita”. Parlavo della morte che ha incrociato continuamente la mia vita, ma qualcuno lo ha voluto vedere come un ennesimo segno di avanguardismo. Non capendo che il mito fondante della modernità e della nostra cultura occidentale è il viaggio di Ulisse. Nino, ha aggiunto una postfazione intelligente ma che ha contribuito ancora di più a spostare l’attenzione del lettore sulla componente essoterica del libro, chiudendolo a quella esoterica.
Poco male. HyperArchitettura è andato benissimo lo stesso, ma devo dire ancora, per quello che io veramente avrei desiderato, non è stato compreso da alcuno. Segno direbbe Croce che non era sufficientemente chiaro o che ha poco senso scrivere su più livelli di lettura (continua)." Luigi Prestinenza Puglisi, pubblicato sul proprio pagine pubbliche di FaceBook il giorno 29 luglio 2013.


3. Luigi Prestinenza Puglisi, HyperArchitettura. Spazi dell'età dell'elettronica, (post fazione "Hyperarchitettura" di Antonino Saggio. Collana La rivoluzione Informatica in Architettura, sezione a cura di AS nella Universale di Architetturua di Bruno Zevi  Testo&Immagine, Torino 1998 e edizione Inglese in "The IT Revolution in Architecture" - series edited by Antonino Saggio editore Birkhauser, Basilea 1999 e successivamente in Cinese e Coreano) vedi .

4. Nelle versione informatica pubblicata alcuni anni dopo nella rubrica Coffee break di "Arch'it"dell'amico Marco Brizzi  inserii forse sbagliando alcune architetture che si realizzarono negli anni successivi. Quella Postfazione in realtà "sognava" quelle realizzazioni, le immaginava, le desiderava prima cheesistessero. In particolare Blur di Diller&Scofidio.


Sunday, July 21, 2013

Esiti Laboratorio IV prof. Saggio Luglio 2013


"Tevere Cavo e l'Ansa Olimpica" Laboratorio Urban Voids. Progettazione IV, Saggio, U. Sapienza, Roma 2013

I lavori del laboratorio si inseriscono nel progetto UrbanVoids™ e in particolare nel progetto che investe per la prima volta il tema e le aree denominato Tevere Cavo.
Il progetto Tevere Cavo intende mettere a sistema una serie di vuoti urbani e di aree sottoutilizzate a Roma. Si tratta in particolare della parte della città che segue l’andamento del Tevere dalla diga di Castel Giubileo alla porta di Piazza del Popolo e che è racchiuso dai grandi colli di Monte Mario ad Ovest e di Monte Antenne ad est. il progetto Tevere Cavo si ricollega idealmente e metodologicamente alla Urban Green Lines che legava con un anello ecologico i due grandi parchi archeologici tra l’Appia e la Casilina (cfr. n. 278 de “l’Arca”). Se in quel caso una nuova linea tranviaria assumeva il ruolo di catalizzatore di una serie di intenti e scopi, in questa parte di Roma non può essere che il Tevere l’elemento sistemico. Un Tevere su cui scorre la storia stessa della città e forse il suo futuro.

I progetti si basano su cinque caratteristiche chiave:
- la creazione di programmi d’uso innovativi basati sul concetto di “Mixité”
- la valorizzazione di ambiti abbandonati o sotto utilizzati della città
- lo studio di nuovi approcci dal punto di vista bioclimatico, energetico e ambientale
- l’utilizzazione di tecnologie informatiche nella diffusione e co-responsabilizzazione del progetto
- l’attivazione di rapporti concreti con possibili partner del progetto considerati come attori irrinunciabili nel contesto sociale della città.

La didattica si basa sulla valorizzazione della energie degli studenti attraverso un insegnamento direzionato nei contenuti, nelle tecniche e nell'aumento delle conoscenze specifiche al fare progettuale nei suoi aspetti contestuali, programmatici, ambientali, distributivi, spaziali, volumetrici ed espressivi, tutti temi oggetto di specifici cicli didattici e di lezioni accessibili  pubblicamente  in audio. Qui sotto una selezione di alcuni progetti. Dal nome dello studente si accede al Link con il lavoro completo e tutto il percorso di ricerca compiuto.

Programma didattico, pubblicazioni, lezioni (alcune con audio) e altro materiale sono disponibili a questo 

Wednesday, July 10, 2013

Undici Dissertazioni Finali. Dottorato di Ricerca in Architettura - Teorie e progetto




Presentazione finale di Undici Dissertazioni finali del Dottorato di ricerca in Architettura - Teorie e progetto, Università “Sapienza" di Roma, Dipartimento Architettura e Progetto, coordinatore prof. Antonino Saggio. 

Commissione prof. Umberto Cao, prof. Ruggero Lenci, prof. Stefano Panunzi.

Domani, Giovedi 11 Luglio Aula Fiorentino, Facoltà di Architettura di Roma, Via Gramsci 53. a partire dalle ore 9

E' una occasione importante per avere un quadro complessivo di alcune ricerche sia nel campo della progettazione Architettonica e urbana, sia in quello della progettazione degli interni, dell'allestimento e del prodotto di arredo

Architetti, dottorandi e i titoli delle dissertazioni finali*

Curr. A- Architettura - Teorie e progetto

AKBARIAN Reza Mohammad (25° ciclo)
Titolo: Feasibility Study and Functional Analyze of Urban Fabric. Revitalization Patterns of Historic Squares in Iranian Contemporary Cities. Case study: Isfahan, Atiq Square.
Tutor: Prof. Lucio Valerio Barbera, Prof. Hassan Osanloo

BAKTASH Hamidreza (25° ciclo)
Titolo: Assessment and Planning for Urban Vulnerability against Earthquake. Case Study: A vulnerable area in north of Tehran.Tutor: Prof. Lucio Valerio Barbera, Prof. Hassan Osanloo

INCERTI Luca (23° ciclo)
Titolo: DUTCH DEFRAG DESIGN - Strategie di deframmentazione metropolitana nella network city olandese Tutor: Prof. Luciano De Licio, Prof.ssa Luisa Romolo Calabrese

GIORDANO Patrizio Emilio (24° ciclo)
Titolo: BUENOS AIRES. LA CATTIVA MESCOLANZA - immaginari e realtà di una metropoli di frontiera Tutor: Prof.ssa Alessandra Capuano, Prof.ssa Alessandra Criconia

HUTA Sokol (25° ciclo)
Titolo: The role of the ex-industrial sites in the new territorial city of the Adriatic-Balkan area. The case of Durana.Tutor: Prof.ssa Alessandra Criconia, Prof. Ludovico Micara.

RAFFAELLI Baires (24° ciclo)
Titolo: SEMANTICA E TIPOLOGIA DELLA FORMA NELL’ARCHITETTURA CONTEMPORANEA – articolazioni, declinazioni ed operazioni attraverso l’analisi degli esempi e delle teorie Tutor: Prof. Luciano De Licio

RENGO Gaia (24° ciclo)
Titolo: Percorsi e deviazioni - l’Architettura che s’impara viaggiando - la scuola di Valparaiso
Tutor: Prof. Roberto Secchi, Prof. Massimo Alfieri

PROIETTI Tiziana
Titolo:Ordine e proporzione Dom Hans van der Laan e l’espressività dello Spazio architettonico Tutor Prof. R. Secchi, Jaap P. Dawson

SARNO Francesca (25° ciclo)
Titolo: L’ARCHITETTURA NELLA SCUOLA DI SAN PAOLO IN BRASILE - necessidade e desejo.Tutor: Prof. Giorgio di Giorgio, Prof.ssa Maria Argenti

Curr. B- Architettura degli Interni e Allestimento.

GIAMMARINI Romeo (25° ciclo)
Titolo: L’INDUSTRIALIZZAZIONE DELL’ARREDO NELL’ITALIA DEL BOOM ECONOMICO – IL CASO DELLA MIM. Tutor: Prof. Richard V. Moore, Antonella Romano

KOUSIDI Matina (25° ciclo)
Titolo: AsM – Architecture sur Mesure. Habitat Abito - Habitus -Tutor: Prof. Richard V. Moore, Prof.ssa Antonella Romano

* Non è l'ordine di presentazione che verrà comunicato dalla Commissione