Thursday, February 05, 2015

van Gogh dipinge i Girasoli


Van Gogh Dipinge i Girasoli

di Antonino Saggio


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In questo Post solo alcuni estratti del libro....



L’analisi dettagliata del ritratto dipinto da Paul Gauguin Van Gogh che dipinge i girasoli, insieme alle acquisizioni di recenti studi storici, illumina di una nuova luce il dramma che si compì ad Arles la notte della anti vigilia di Natale del 1888 quando i due pittori ebbero un violentissimo alterco, Gauguin lasciò precipitosamente Arles e van Gogh, mutilato del lobo dell’orecchio sinistro, fu ricoverato in preda ad allucinazioni all’ospedale della cittadina.



Figura 1.5 Paul Gauguin, Van Gogh che dipinge i girasoli, dicembre 1888, Museo van Gogh, Amsterdam

..... Se si comincia ad esaminare con attenzione il dipinto si scoprono come si diceva almeno tre sfere di significato.
Cominciamo dalla pittura. Il quadro come si diceva è bellissimo: nel colore, nella cinque bande cromatiche sovrapposte, nell’atmosfera sospesa, nell’inquadratura fotografica che sposta le azioni ai bordi della grande tela.
Se si mette questo quadro al confronto con il citato piccolo e veloce ritratto di Gauguin (v. Copertina) che van Gogh dipinse sempre nella tela di juta grezza usata da entrambi in quei mesi, si è di fronte ad un divario enorme. Un divario che non è evidentemente nella dimensione dei due dipinti, ma proprio nella intensità pittorica.2
La grande idea del quadro di Gauguin è quella dell’attrazione degli opposti: I girasoli, la sedia, il cavalletto e la tela sono a sinistra, sul margine opposto vi è il pittore. Tra i due, al centro, le onde di un paesaggio tipicamente gauguiniano. 

Simbolo
Lasciata la sfera pittorica entriamo più direttamente in quella simbolica. Innanzitutto l’ambientazione appare a prima vista immaginaria, come d’altronde è tipico di Gauguin, anzi è esattamente, (e raramente parola sarà più appropriata), una scena “montata”). La montatura non è solo nell’astrazione del paesaggio, ma anche nella presenza nel quadro di un vero vaso di girasoli: in realtà i girasoli in dicembre sono sfioriti da mesi e non è affatto vero che van Gogh li stia dipingendo, e Gauguin ritraendolo, semmai van Gogh stava lavorando ad una copia del suo quadro di fine agosto (v. Fig. 1.1).3



Figura 1.6 Paul Gauguin, Van Gogh che dipinge i girasoli, dettaglio, intero Fig. 1.5


Sulla rappresentazione stessa dei girasoli in questo quadro inoltre bisogna fare tesoro di alcune osservazioni di Druick e Zegers, autori preziosi per questo saggio. A prima vista nei fiori dipinti da Gauguin non abbiamo scorto nulla di particolare, ma appunto ecco il dettaglio. Il girasole più alto non solo ha il bulbo contenente i fiori, ma bensì una evidentissima, una volta che ci è stata indicata, forma ad occhio, con tanto di sopracciglio (v. Fig. 1.6)  Insomma il girasole ci guarda! Anzi guarda la scena che si svolge nella casa. D’altronde Gauguin stesso, in un ricordo che vorremmo segnalare, lo dirà esplicitamente: «Nella mia stanza gialla, i girasoli con occhi viola, emergono da uno sfondo giallo». 4
.............

Auto-celebrazione
Come è noto van Gogh dipinse già nel suo periodo parigino dei quadri di girasoli. Gauguin ne era stato un ammiratore e scambiò un suo grande dipinto della Martinica con due di questi più piccoli studi di girasoli. Vincent sapeva di questa predilezione e arredò la stanza di Gauguin ad Arles con due dipinti di Girasoli. I quadri nella stanza di Gauguin sono oggi uno alla National Gallery di Londra (v. Fig. 1.1) e l’altro al Museo di Stato di Monaco di Baviera. Sono riconosciuti tra i capolavori del XIX secolo.
Ora attenzione. Gauguin scrive che van Gogh era ancora in pieno neo impressionismo quando lui arrivò ad Arles e che è grazie a lui che il buon discepolo farà progressi!
«Mi assunsi il compito di illuminarlo, un impegno facile per cui trovai un terreno ricco e fertile. Come tutti i caratteri originali dotati di forte personalità, Vincent non aveva paura dell’altro e non aveva testardaggini. Dal giorno del mio arrivo, il mio van Gogh compì notevoli progressi: sembrava intuire tutto ciò che aveva dentro e il risultato fu l’intera serie di girasoli su girasoli in pieno sole.»8
Una menzogna. Gauguin si assume addirittura il merito di aver instradato van Gogh verso la creazione dei suoi capolavori! Capolavori che Vincent aveva dipinto prima dell’arrivo di Gauguin e addirittura per rendere omaggio all’amico mettendogli in camera un fiore che lui amava. Si capisce bene allora che quello che prima ci era apparso un dato semplicemente pittorico o aneddotico, oppure esageratamente interpretativo, in realtà nasconde un vero e proprio precipizio psicologico, un capovolgimento della realtà: come un cielo che invece di segnare l’orizzonte fa sprofondare i protagonisti al suolo, come un dopo che diventa prima!.9..............



II. Nella sfera del giallo

Figura 1.12 Documenti in facsimile


Avendo individuato le tensioni che il dipinto Van Gogh che dipinge i girasoli condensa ora possiamo fare un passo avanti ed entrare nella falsa ricostruzione che Gauguin fa dell’episodio chiave della crisi del 23 dicembre 1888 e dell’amputazione dell’orecchio. Qui entriamo nelle sfera del giallo, ma non ci avventureremo mai nel periglioso mare delle ipotesi romanzate, ma ci atterremo ai fatti. I fatti sono verificabili da documenti concreti, enumeriamoli:
a. Lettera Ufficiosa - la Lettera che Gauguin scrive a Bernard a pochissimi giorni dell’episodio,  Gauguin 1888; 11
b. Ricostruzione Ufficiale - Il testo pubblicato nel 1903 da Gauguin con il titolo Avant et Après, Gauguin 1903;
c. Trafiletto di giornale “Chronique Locale”, Le Forum Republican di Arles 30 dicembre 1888 (v. Fig. 1.12); 12
d. Le lettere autografe di Vincent e Theo van Gogh e degli altri protagonisti e testimoni, van Gogh 2009;
e. Il rapporto della polizia del febbraio-marzo 1889, Stein 1986.13 
Manca anche nell’ultimo e ponderoso lavoro di Naifeh e White Smith il rapporto ufficiale della polizia del 23 dicembre 1888, che risulta scomparso già al tempo delle ricerche di Tralbaut, ma l’incrocio tra i materiali sopra ricordati, come vedremo, insieme alla conoscenza della topografia cittadina (v. Fig. 1.17 e Fig. 1.21), e della pianta della casa consentono appunto di provare come incredibilmente lacunosa e sicuramente falsa la ricostruzione ufficiale di Gauguin. Insomma il testo Avant et Après è un falso altrettanto macroscopico del messaggio contenuto nel quadro Van Gogh che dipinge i girasoli.  Un falso già fatto notare dalla cognata di Vincent, Jo Bonger,14 e rimarcato con molta evidenza da Tralbaut, ma mai, credo, così dettagliatamente illustrato come nelle pagine che seguono né messo in relazione diretta al quadro di Gauguin.

e continua ...................
III. Appendice



Figura 1.21 Ricostruzione della Casa Gialla di Arles a Piazza Lamartine in Druick & Zegers 2001


Riferimenti Bibliografici


Gauguin 1903 - Gauguin Paul. 1994 Avant e après, 1903. Parigi: La Table Ronde.
Faille 1928 - Baart de la Faille Jacob. 1928. L’Oeuvre de Vincent van Gogh. Catalogue Raisonné. 4 voll. Paris: G. van Oest.
van Gogh 1959 - Tutte le lettere di Vincent van Gogh, Verzamelde brieven 1952-1954. Vol. 1 1952, Voll. 2, 3 1953, vol. 4 1954 Traduzione italiana di Marisa Donvito e Beatrice Casavecchia. 3 voll. Milano: Silvana editoriale d’arte, 1959.
Tralbaut 1969 - Tralbaut Marc Edo. 1969. Vincent van Gogh, Milano: Garzanti.
Pickvance 1984 - Pickvance Ronald. 1984. Van Gogh in Arles. New York: Metropolitan Museum of Art. 
Stein 1986 - Stein Susan A. 1986. Van Gogh. A Retrospective. New York: Park Lane.
Druick & Zegers 2001 - Druick Douglas, Peter Kort Zegers. 2001. Van Gogh and Gauguin. The Studio of the South. London: Thames & Hudson. (in italiano, Milano: Mondadori). 
van Gogh 2009 - Vincent van Gogh - The Letters, The Complete Illustrated and Annotated Edition. 2009. Ed. Leo Jansen, Hans Luijten, Nienke Bakker. 6 voll. London: Thames and Hudson. 
Saggio 2010 - Saggio Antonino. 2010. A Secret van Gogh His Motifs and Motives, Raleigh: Lulu. Traduzione italiana Van Gogh segreto il motivo e le ragioni, Kappa: Roma.
Saggio 2011 - Saggio Antonino. 2011. “La camera da letto di Vincent van Gogh: rappresentazioni simboliche, riferimenti autobiografici, deformazioni Prospettiche”. Disegnare, # 43. Roma: Gangemi.

Naifeh & White Smith 2011 - Naifeh Steven and White Smith Gregory. 2011. Van Gogh: The Life. New York: Random House.


Sull’Autore

Figura 1.22 L’autore in uno schermo della mostra Dual Realities a Seoul, Corea 2006


Antonino Saggio è tra i primi 10000 acquirenti al mondo di un computer Macintosh. Comprò il suo modello 128 k nel marzo del 1984 mentre era borsista Fulbright alla Università Carnegie-Mellon di Pittsburgh, PA. Durante la successiva attività di docente negli Stati Uniti, fu uno dei pionieri nelle investigazioni dell’architettura con Graphic Oriented Database, al tempo in cui la parola “GIS” non era ancora stata inventata. Nel 1988, l’editore Officina pubblicò un suo libro interamente redatto elettronicamente e prodotto con una Laser Writer, arrivata semi clandestinamente in Italia nel 1986. Nel 1989, Saggio presentò al Politecnico di Zurigo e alla sesta conferenza Ecaade di Aarhus una applicazioni di Ipertesto nel campo dell’analisi dell’architettura e ai Congressi di CAAD Futures, Docomomo e Acadia degli anni successivi delle ricostruzioni digitali per la documentazione e il restauro dell’architettura. Queste applicazioni usavano Object Based Modeling e le tecnologie successivamente denominate “BIM”. Dopo aver insegnato due corsi presso la cattedra di CAAD del professor e amico Gerhard Schmitt al Politecnico di Zurigo, pubblicò nel 1995 Giuseppe Terragni Vita e Opere con l’editore Laterza. Questo volume, (divenuto un classico e arrivato nel 2011 alla Quarta edizione), contiene alcune ricostruzioni digitali di progetti non realizzati di Terragni. Nel 1998, fondò la collana “The IT Revolution in Architecture/La Rivoluzione Informatica in Architettura” che fu pubblicata per 8 anni da Birkhäuser e Testo&Immagine e più recentemente da Edilstampa. La collana ha raggiunto la pubblicazione di 33 volumi in Inglese, 38 in Italiano e 9 in Cinese.
Il suo website «i Quaderni» è stato segnalato nel 2002 tra i più popolari dell’intera università di Roma «Sapienza» e Saggio è stato tra i primissimi critici e docenti di architettura ad aprire nel 2006 un podcasting in cui, da allora, sono contenute le lezioni e le conferenze, tutte scaricabili gratuitamente dall’Apple iTunes store. Il canale video presso YouTube ha raggiunto più di 200mila visite e contiene non solo filmati di architettura, ma anche interviste e interventi critici. Nel 2007, Saggio cominciò a creare, in parallelo alla sua produzione tradizionale, pubblicazioni con editori print on-demand, affiancando alla propria produzione quella di allievi e collaboratori. L’editore Lulu.com sponsorizzò il volume Urban Voids che promuoveva lo sviluppo di una progettualità Pro active. Lo stesso editore ha pubblicato due volumi di Saggio nell’iTunes bookstore, tra i primi libri di architettura nell store dell’Apple, e molti altri volumi e raccolte a stampa.
Prodotto nella pima versione in Inglese a meno di un mese dalla uscita del programma rivoluzionario dell’Apple, la versione iBooks Author de Lo strumento di Caravaggio è la continuazione dell’impegno più che venticinquennale dell’autore nell’utilizzo delle tecnologie dell’informazione, nell’insegnamento e nella cultura. Anche Van Gogh segreto pubblicato nel 2013 è diverso dalla edizione a stampa, per alcuni nuove parti del testo, e soprattutto per l’inclusione di materiali multimediali, prodotto specificatamente per questa nuova edizione iBooks.

Il Prof. Saggio, docente e per anni coordinatore del Dottorato di ricerca in Architettura - Teorie e Progetto presso Sapienza, Università di Roma, ha insegnato a lungo negli Stati Uniti e in altri paesi d’Europa ed è stato conferenziere in numerose Università internazionali. Tra i suoi libri si ricordano: Introduzione alla rivoluzione informatica in architettura e le monografie su Eisenman, Gehry, Terragni, Louis Sauer e Giuseppe Pagano. Il suo volume più recente, Architettura e Modernità Dal Bauhaus alla rivoluzione informatica, è stato pubblicato da Carocci nel 2010 ed è una ricostruzione criticamente orientata degli ultimi ottanta anni di storia dell’Architettura Moderna.



Addendum Critico

Chi scrive conosce Van Gogh che dipinge i girasoli sin dal 1970 e lo ha esaminato con attenzione molte volte dal vero, di cui una alla straordinaria mostra “Van Gogh e Gauguin. Lo studio del Sud” al Chicago Art Institute, curatori Douglas Druick e Peter Kort Zegers. Nelle pagine dedicate al dipinto del loro volume del 2001, Druick e Zegers compiono di Van Gogh che dipinge i girasoli una disamina importante, di cui questo scritto fa tesoro. Chi scrive aggiunge al lavoro degli studiosi citati nuove fonti documentarie, alcune osservazioni e soprattutto mette in relazione il dipinto ai drammatici avvenimenti successivi.
La direzione del museo van Gogh di Amsterdam accosta Van Gogh che dipinge i girasoli al veloce ritratto che van Gogh dipinge di Gauguin (v. Copertina). L’accostamento di due quadri dalla qualità pittorica così diversa induce a pensare che van Gogh, esattamente come Gauguin voleva far credere, ne fosse una sorta di allievo. Il fatto che i due quadri siano coevi, non comporta che sia condivisibile accostarli. Mettere uno vicino all’altro il modesto ritratto di Gauguin dipinto da van Gogh, con il grande e bellissimo quadro di Gauguin è un errore. Tanto più grave perché compiuto proprio nel museo van Gogh - nella “propria” casa. Questo errore è la motivazione più profonda di questo scritto e mi sembra di aver ampiamente provato che questo dipinto è il luogo del tradimento di Gauguin. Non so se il museo van Gogh cambierà idea, ma nella mente del lettore, Van Gogh che dipinge i girasoli dovrebbe essere accostato a destra da La Sedia di Paul Gauguin F 499, anch’esso museo di Amsterdam, che van Gogh dipinse quasi contemporaneamente come una sorta di ritratto “psicologico” di Gauguin sotto le mentite spoglie di una natura morta. Un quadro che fa dell’assenza il suo centro espressivo.  E a sinistra da La Sedia di Van Gogh e la sua pipa F 498 questo sì “autoritratto” drammatico anch’esso dipinto da van Gogh durante le settimane di convivenza di Gauguin ad Arles.
Se si esamina la produzione di Gauguin ad Arles (Druick e Zegers 2001) si fa un balzo. Sono venticinque quadri e praticamente tutti capolavori, di una bellezza e di una intensità sconvolgente (Fattoria d’Arles, Lavandaie al Canale, Casolare a Arles, Calura, Vedute degli Alyscamps, Il caffè di notte di Arles ma anche altri). Gauguin attraverso il periodo di Arles esalta la propria pittura che compie un ulteriore sensibile avanzamento sia nella continuità che nella qualità della produzione.  Van Gogh invece ha dipinto tutti i suoi capolavori prima dell’arrivo di Gauguin ad Arles. Se si esamina la pittura di van Gogh nel periodo di convivenza si vedono tre fenomeni interessanti ed interrelati: 
  1. Quadri di genere, interessanti certo, ma non intensi (Il seminatore F 494 e F 575a, alcune vedute degli Alyscamps come F 568 e F 569;
  2. Quadri in cui van Gogh dichiaratamente sperimenta alcune tecniche di Gauguin (in particolare quella del quadro “onirico” non legato al soggetto reale) che van Gogh non aveva mai praticato prima come il Ricordo del giardino di Etten F 496 oggi a San Pietroburgo, Spettatori nell’arena F 548, La sala da ballo ad Arles F 547 con esiti non completamente convincenti, ma anche una versione finalmente splendida de Il seminatore F 450;
  3. I capolavori che van Gogh dipinge durante la permanenza di Gauguin sono tutti “ritratti” (quello di Armand Roulin, F 492, di Camille Roulin F 538 e di Madame Ginoux con guanti e ombrello - “L’Arlesiana” F 489, del 5 novembre 1888 e che meriterà una trattazione tutta a sé e infine appunto i due ritratti simbolici sotto le smentite spoglie di una sedia vuota La Sedia di Van Gogh e la sua pipa F 498 e La Sedia di Paul Gauguin F 499,). Quando uno stesso ritratto è dipinto da entrambi come nel caso di Monsieur Ginoux F 533 sorprende anzi la maggior forza di van Gogh, come ha fatto notare Tralbaut 1969.



In una parola Gauguin assorbe, come un genio può fare, luoghi e alcuni motivi di van Gogh e li trasforma in arte propria. Van Gogh aveva già creato prima i suoi capolavori e se qualcosa gli straordinari ritratti citati di van Gogh devono a Gauguin è solo la facilità con cui quest’ultimo sapeva invitare ed intrattenere i modelli a studio.

Note


1
Lettera a Theo del 1 dicembre 1888 in Tutte le lettere di Vincent van Gogh, v. III, p. 105. In Inglese: «He’s working on a portrait of me which I don’t count as one of his undertakings that don’t come to anything.» Letter to Theo, December 1 1888, in Vincent van Gogh “The Letters” vol. IV, p. 372
2
A questo proposito leggi “Addendum Critico” nella sezione Appendice che contiene anche web link alla produzione di Gauguin e van Gogh nel periodo di Arles.

3
La copia è Vincent van Gogh, Vaso con quattordici girasoli, 1 dicembre 1988 c., 100x76 cm (Yasuda Kasai Museum, Tokyo F 457)
4
Paul Gauguin, “Still Lifes”, Essai d’art Livre, gennaio 1894 in Stein 1986 p. 121. gennaio 1894 in Stein 1986 p. 121. L’idea che i girasoli abbiano occhi, il corsivo nella citazione è mio, trova in questo frase una ulteriore prova a quanto, come si diceva è stato fatto notare da Druick e Zegers  p. 114 e p. 350. In Inglese
«in my yellow room, sunflowers with purple eyes, stand out ...» Paul Gauguin, “Still Lifes”, Essai d’art Livre, gennaio 1894 in Stein 1986 p. 12.

5
Cfr. Antonino Saggio, Van Gogh Segreto, Kappa, Roma 2010 in  Inglese A Secret van Gogh. His Motif and Motives,, Lulu, Raleigh 2010

6
Cfr. Stein p. 110 e Naifeh e White Smith pp. 615-616.

7
Druick e Zegers, 2001 p. 242. In Inglese «The rigid, phallic thumb poking through the palette intimates sexualized undercurrents both in Vincent’s creativity and in Gauguin’s identity as inseminating agent.» Druick e Zegers, 2001 p. 242.

8
Paul Gauguin, Avant et aprèstraduzione italiana in Druick e Zegers 2001 p. 242

9
Gauguin, che si ritiene un semi deo e un gran maestro, e che è uomo  di un ego spaventoso, ha invidia del soggetto che il barbaro e allucinato Van Gogh ha trovato: i girasoli. A Gauguin il soggetto evoca mondi lontani, forse gli fa pensare agli Incas o a qualche aspetto esotico che a lui cresciuto in Perù smuove ricordi profondi. Vuole, Gauguin fortemente dei dipinti di girasoli e addirittura lui, il gran maestro, scambia un suo quadro  con due piccoli studi del periodo parigino di van Gogh. Vedi  Louis van Tilborgh, Van Gogh and the sunflowers, van Gogh museum, Amsterdam 2008.

10
Druick e Zegers p. 236 e p. 238. In Inglese: «the forehead low and sloping, the face and nose flattened, the red-bearded jaw jutting forward, the eyes suggesting a trancelike daze», «the study displays an even more extreme exaggeration, to the point hat the painter takes on a distinctly simian appearance».
11
Lettera di Gauguin  a Bernard, fine dicembre 1888. La lettera è stata posta in evidenza in Druick e Zegers p. 260. Si noti che la lettera che si possiede è quella di Bernard al critico Albert Aurier ed è datata 1 gennaio 1889, Bernard riporta fedelmente quello che gli ha scritto Gauguin ricopiando la lettera di Gauguin. È presumibile che la lettera sia scritta da Gauguin quasi subito dopo il suo arrivo a Parigi attorno al 26-29 dicembre 1888. La lettera è chiaramente la ricostruzione della versione “come deve circolare” tra gli amici, i critici i pittori, l’opinione pubblica. È una versione quindi ufficiosa, ma che vuole essere ufficiale del brutto episodio. Ecco perché è Gauguin stesso che suggerisce a Bernard di ricopiarla e spedirla al critico e giornalista Albert Aurier. L’idea della lettera da far circolare è certamente condivisa, se non suggerita, da Theo cui preme molto salvare il salvabile. Quindi nessun cenno ad una lite, né tanto meno ad una reale aggressione (che invece apparirà quindici anni dopo in Avant et Après), e soprattutto nessun cenno, neanche nella lettera a Bernard, al coinvolgimento di Theo medesimo nella questione. Come se Theo non esistesse, come se Theo non ci fosse stato!

12
In Stein 1986 p. 131.

13
In Stein 1986 pp. 131-134. Si tratta del rapporto che la polizia stende al momento dell’internamento forzato di van Gogh sulla spinta di una petizione popolare. Vi è un qualche cenno all’episodio del 23 dicembre 1888.

14
«Mescolanza di verità e di invenzione» è definita da Jo van Go Bonger in “Biografia di Vincent van Gogh” in Tutte le lettere di Vincent van Gogh cit. una posizione ripresa da Tralbaut p. 263  con ulteriori dettagli.

15
Tutti i brani che seguono sono derivati da Paul Gauguin, Avant et Après cit. la traduzione italiana deriva dall’edizione Paul Gauguin, Noa Noa e altri scritti, Oscar Mondadori, Milano 1972 eccetto ove segnalato. Per la versione inglese vedi Stein 1986 pp. 123-128.

16
Brani citati  sia da Tralbaut p. 265 e che da Jo Bonger. Lettera a Theo del 21 Ottobre 1888 in Tutte le lettere di Vincent van Gogh, v. III, p. 93. in Inglese: «I’d have had a strong desire to be able to put even 200 more into the work before Gauguin’s arrival.As that couldn’t be done, I nevertheless pressed ahead as far as I could with what I had on the go, in a strong desire to be able to show him something new. And not to fall under his influence (because of course he’ll have an influence on me, I hope) before being able to show him beyond any doubt my own originality. He’ll see that anyway from the decoration as it is now.»  Letter to Theo, October 21 1888,  in Vincent van Gogh “The Letters” vol. IV, p. 337.
17
Vedi Druick e Zegers p. 260. Vale la pena sottolineare che l'intenzione di Gauguin di abbandonare l'Atelier du Midi e quindi il grande progetto su cui van Gogh aveva investito così tanto non si manifesta come egli dice alla fine di dicembre, ma ben prima. Non è affatto vero che Gauguin abbia scritto a Theo il 22 dicembre, la lettera a Theo infatti è del 18 dicembre ed esiste una chiarissima lettera a Laval addirittura dell’ottobre in cui Gauguin già anticipava la partenza per la Martinica. La verità è che Gauguin va ad Arles solo dopo che Theo sarà in grado di offrirgli un mensile di 150 franchi e il pagamento dei suo debiti. Gauguin non va nello spirito di fratellanza ed amicizia per van Gogh né per il suo sogno di comunanza artistica - tutti temi che van Gogh espone chiaramente nel suo ritratto Il Bonzo dedicato a Gauguin,  ma per una ragione molto pragmatica, quella di sbarcare il lunario. Ci va in maniera premeditata con una attenzione cinica, cattiva e violenta come l’autoritratto I miserabili che manda in cambio a van Gogh testimonia. 



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Saturday, December 20, 2014

Blake, Mortimer e i layer


Mi è ricapitato tra le mani un libro di Umberto Eco, La Misteriosa Fiamma della Principessa  Loana... Forse a qualcuno sarà capitato di leggerlo. si tratta apparentemente di un romanzo, in realtà è una sorta di autobiografia dei tempi della pre adolescenza del grande autore e studioso.

 
Il posto da gigante in questo libro, lo svolgono i fumetti. Fumetti di cui Eco è stato, forse con Oreste del Buono, il più grande sdoganatore in Italia. Quando lui, nato nel 1932 alla metà degli anni sessanta li sdoganava, io, nato nel 1955, li leggevo. Ma ecco il problema, o meglio la crisi. E' uscito alcune settimane fa un nuovo episodio del mio fumetto preferito. Siamo nel 2014, come spiegare a me stesso e forse anche a qualche amico, questo intenso interesse, il grande piacere di questo arrivo?


Possiamo certo intrecciare la chiave culturale (gli strumenti del fumetto sono condivisi con altri più nobili media .. il racconto, l'illustrazione, il cinema, la fotografia ) oppure il dato sociale (in Italia quasi ce ne si vergogna un poco a leggerli, mentre all'estero e, in Francia in particolare, fa comunque fico..  e da decenni) oppure vedere la cosa dal punto di vista puramente edonistico .. (mi fa piacere e basta), oppure un poco come faceva Cedric (lo faccio "io" da eccentrico e quindi tu, condividendo, appartieni allo stesso club d'elite, per esempio cigaro e cynar).
Ma nessuna di queste interpretazioni mi piace e ne cerco un'altra.
Che è: questa di leggere Blake&Mortimer a me ricorda quello che io ero e quello che io sognavo, mi ricorda come ero nella pre adolescenza. Ma il punto non è la memoria nostalgica, è il contrario: è la volontà di tenere accesso il layer di quello che ero da bambino o ragazzo. Non voglio abbandonare quello che volevo essere, e quello che amavo. Che bruttezza tradire i nostri sogni, i nostri desideri le nostre speranze di giovani.
Non v'è nulla di infantile nel mio amore per Blake&Mortimer, nulla di colto, nulla di edonistico ma il piacere intenso di continuare almeno un poco a vivere quella fase e continuare ad accettare la sfida dei nostri sogni e speranze anche nella vita adulta. Mica facile ma Blake&Mortimer mi sfidano.


E andiamo per ordine allora. Ho scoperto Blake Mortimer all'eta di 12 anni. Uscivo da una esperienza strana in un barbiere di Marina di Grosseto. Me ne ricordo bene, il barbiere (non so nei luoghi di mare era forse comune .. c'era stato da poco il caso di Ermanno Livorini a Viareggio) mi aggiustva continuamente l'asciugamano tra le gambe... La cosa era imbarazzante, ma come tutti i bambini non capivo bene le implicazioni, era solo fastidioso. Girai l'angolo ed entrai in un negozio di giornalaio. me lo ricordo come uno dei posti "assoluti". Nel negozio di giornalaio, su uno scaffale c'erano loro, I Classici dell'Audacia... nuovi.  E in copertina il professor Mortimer con una lanterna in una tomba egizia. Costava 250 lire, una cifretta.. forse quasi il triplo del Corriere dei Piccoli, ma il fascicolo emanava un'aura adulta, era bellissimo, con carta lucida e patinata. Lo comprai e poi comprai altri fascicoli che erano lì: capii dopo un poco che erano giacenze... perché il fascicolo era di due o tre anni prima...


Cominciai a sviluppare un grande interesse per i giornalai, per qualunque giornalaio. Ne ero sempre attratto per vedere se vi erano giacenze di altri fascicolo di Classici dell'Audacia che non avevo, ma ero comunque interessato di per sé. Il giornalaio mi sembrava (e ancora mi sembra) un luogo delle meraviglie in cui si ha uno sguardo caleidoscopico sul mondo e come sempre cerco di convincere altri.. ma non ho nessun amico con cui sono mai riuscito a condividere questa passione.


Finite le vacanze estive tornai a Roma con uno straordinario, incredibile strumento. Una bicicletta Bianchi 26 rossa con il cambio. Uno strumento di libertà inaudito, inaudito. Prima, arrivato  nell'inverno dalla Sicilia a Roma avevo organizzato con i miei amichetti undicenni gite a piedi a conoscere la città. All'Appia antica, a Piazza San silvestro... ma adesso con la bicicletta ero una sorta di Cristoforo Colombo, una cosa magnifica. Ancora strabiliato vedo i miei studenti arrivare in autobus e mi domando... ma come e la bicicletta? Ma lasciamo stare. Mia moglie ai nostri, dice eh si allora non c'era traffico. Un errore, Roma era un caos peggio di adesso.
Ma torniamo a noi, scorrazzando in bicicletta scoprii un altro luogo assolutamente mitico meraviglioso, incredibile. Una specie di antro delle meraviglie: era un carrettino di legno veramente piccolo che però aprendosi si allargava un poco che stava sotto le mura di San Giovanni. il baracchino gestito da una signora "giusta", né svenevole né arcigna, conteneva giornali, riviste, libri e fumetti usati! Fumetti usati,  fumetti usati! una cosa da non credere. 



Andandoci ogni sera alle 18:30 in bicicletta andavo a vedere se esistevano altri Classici dell'Audacia. E ogni tanto ne trovavo uno o due.. a cento lire. E a volte, incredibile incredibile anche cinque o sei..! Un tuffo al cuore. Così giorno dopo giorno completai la collezione di tutti i Classici dell'Audacia (che nel frattempo erano usciti di produzione). E di Blake&Mortimer lessi altre storie in particolare il famosi Marchio giallo e cercai di fare proseliti prestandogli agli amici che si appassionarono. Ma il primo fumetto della serie non usci mai in Italia.. era un mappattone di 200 pagine. Lo scoprii in francese solo moltissimi anni dopo, forse nel 1973, lo comprai e pensate un poco leggendolo in francese lo traducevo oralmente in italiano in un registratore cosicché il mio amico appassionato usando le cassette aveva un audio libro eravamo ormai nel 1973 credo.

Tutta questa cosa di Blake&Mortimer è rimasta un poco sopita per un cinque lustri sino a che miracolo dei miracoli usci nel 1996 un nuovo album.. Come un nuovo albm? L'autore era morto nel 1987. Ma invece ci fu una ripresa della serie! Ora mentre di norma queste riprese come dei film dei libri eccetera fanno schifo e uno pensa sempre ah l'originale..! la ripresa della serie di Blake&Mortimer è una vera e propria meraviglia per noi appassionati. Le storie sono bellissime, i disegni accurati in stile Jacob, l'edizione classica. il tutto è fatto ad un equipe a rotazione tanto che ogni anno o due ce la fanno a far uscire un nuovo album.
L'ultimo appunto è addirittura una sora di antefatto rispetto al mammarozzone "Il segreto dell'Espadon" spiega cosa era avvenuto prima.
Ogni tanto vorrei vedere i quadri di Van Giogh dopo che è morto, o le architetture di Giuseppe dopo che è morto sulle scale, o penso ad un seguito mai fatto di Amerzone, o chissà a cose di questo genere che però non succedono mai. Invece nel caso di Blake&Mortimer il miracolo è avvenuto: è ricominciato, è ricominciato ed è meglio di prima.
Questa ripresa è una delle cose belle della vita: fa pensare che esiste un progresso, che esiste un futuro che il nostro desiderio e sogno volontà di bambini non sempre viene tradito ma che un poco vale scommetterci. Con questo entuasiamo ho ripreso il mamarottone "Il secreto dell'Espadon" per rileggerlo. Ma alla decina pagina mi sono mezzo bloccato. Ok, Nino ok, basta infanzia adesso, hai delle responsabilità ora, devi scrivere di cose importanti, motivare i ragazzi laureandi e dottorandi, lavorare con i giovani di nITro, vivere il lavoro universitario insomma .... abbiamo capito, ora torna in te. Ok Ok OK, ma famo un post almeno Ok?. 

Tuesday, December 02, 2014

Post born. A New Generation of Digital Architects is Born

Preface by Antonino Saggio to "Plasma Works From Topological Geometries to Urban Landscaping" by Maria Elisabetta Bonafede, Edilstampa, Rome 2014  The IT Revolution in Architecture book series


Plasma Studio is the first group of architects who can be considered “post-born.” In fact, both of the two founding members – Eva Castro and Holger Kehne – as well as Ulla Hell are born between 1969 and 1973. This means that their generation studied architects such as Ben van Berkel, Jeff Kipnis, Greg Lynn, Patrick Schumacher, and others, and that they have been among the readers of the very first volumes of my series; they were not yet thirty in 1998. If the generation mentioned above is that which we have dubbed those “Born with the Computer” (see the book by C. Pongratz and M. Perbellini from 2000), the generation of Eva, Holger, and Ulla is the one that, having been students of the former, today consolidates, builds, and expands the digital paradigm and the computer revolution of architecture.
We have chosen Plasma Studio to begin this journey of the “post- born” because Plasma is certainly one of the most interesting realities, and because they represent situations typical of the new generation. The givens recurring today were unthinkable only twenty years ago. First of all, regarding the three partners. Two women – thus an absolute majority – and only one man. Who would have thought? Considering the composition of studies twenty-five years ago, and particularly who signed in competition, the difference is impressive. Today, women are the majority! Those who teach know how good female students and female architects are, and have been for many years.
Between Eva, Holger, and Ulla the diversity in characters is most remarkable, and particularly in the cultures of their origins. A springy Argentinian architect, a calm and reflective German, and a firm and serene Italian (I would like to say “Italian”, even if her accent cannot be considered Tuscan).
In addition there are three studios: one in Trentino-Alto Adige in Sesto where Ulla lives and works, one in London where Eva and Holger, among other things, teach at the Architectural Association, and one in China which follows the new front and important new projects in collaboration with Groundlab. Skype-on-the-go, naturally. If one recalls that in the days of those “Born with the Computer” the tablet, smart-phones, and Skype did not exist, and that indeed the first experiments of work interconnected by networks were objects of important academic research (see Information Architecture by Gerhard Schmitt from 1998), we realize how this new generation can do much more complex things. But it is not the technology in itself that is important, but rather the cultural leap. We must emphasize that, for the “post-born”, interconnection is not only a word, but reality! And it is a reality that crosses interpersonal modalities, friendships, relationships, and of course the outcomes and the very performativity of architecture. An architecture similar to this is, in itself, a computer model: an interactive architecture, parametric, continually changing, as we have written many times.
Eva, Holger, and Ulla are in the phase of the greatest acceleration of their lives: they have made an impetuous leap in the scale of their work, and at the same time they manage their affections, children, and relationships. Ulla has completed her own house. The work has been published by several specialized magazines (for instance, “Wohndesign”, from May 9, 2012), and on the cover of “Stern,” the prestigious German weekly. It escapes notice, however, because it was not one of our own weeklies to occupy itself with this beautiful house of Plasma in the Dolomites, and because Ulla is an Italian architect. In this context, we must insert the author of this volume. Elisabetta Bonafede has written a beautiful and interesting book, full of attention both to the general frameworks as well as to the specific circumstances of the projects. It is a very useful book for the reader to understand many aspects of Plasma Studio’s research. Bonafede enumerates them with precision, writing that:
The architects of Plasma Studio experiment in at least four directions:
  1. –  from the formal point of view, they use new geometries bent to non-Cartesian logic, faceted surfaces, and unpredictable games of broken lines, of concave
    and concave curves fraught with tension; 
  2. –  from the point of view of perception, they experiment with immersive
    emotional pathways, as well as intense and engaging multi-sensory
    experiences; 
  3. –  from the technical point of view, they study the application of unprecedented
    structural solutions that derive from the properties and generative forces
    intrinsic in various materials; 
  4. –  from the conceptual point of view, they explore the ability of the language of
    the electronic image to redefine architectural space, and the possibilities offered by the computer in rethinking the very concept of space. 
These are key points that are analyzed by the author with precision, using an illustrative toolkit chosen with care. In conclusion, I would like to point out two episodes that bind me particularly closely to Plasma.
The first is my remote definition of Re-building nature. I devised it while I was in America at Carnegie-Mellon University teaching right after September 11. For the students I had to establish the key principles of new urban planning, and number four was precisely Re-building nature. The idea was that the young generation of digital architects needed to contend with nature anew, not romantically as with Art Nouveau but as if to say “rebuilding” – Re- building precisely – a new hybrid nature that was half natural and half artificial, possibly systemic and intelligent, perhaps fractal, surely parametric and topological.
To discover that Holger today remembers this old story of mine gives me great pleasure, but even more pleasing is the fact that Plasma’s project in Xi’an, China seems to be exactly the construction of that idea. This is seen in its combination of natural and artificial aspects, in its both natural and architectural character, and in its creation of an intelligent cycling of water and waste. There are other projects with these characteristics, but there is no other project like Plasma’s Re-building nature in Xi’an. It is a realized paradigm, a shining example.
Finally I would like to say that I owe Gianluca Milesi for the introduction to Plasma. He invited us in Milan to Hangar Bicocca, a beautiful formerly-industrial space, in 2006. I believe that Plasma had just won, but not yet built, the Puerta America. They immediately seemed to me to be a span above many others of their generation. Years later, with the Gallery of Architecture “come se” in Rome we organized their first Italian exhibition, and in “On&Off” two pieces were published (see “l’Architetto Italiano,” numbers 18 and 31). Above all Eva, Holger, and little Ariel (Ulla could not come because she was at the end of her third pregnancy) stayed with us in Nitro SicilyLab for a week. We showed their exhibition at the gallery of the Paladini “Angelica&Orlando” of Gioiosa Marea. Eva did her conference with the little one on her knee, without even batting an eyelid.



Tuesday, November 25, 2014

Tre letture

Cari amici,
Siccome i postumi del mio incidente di moto del 14 ottobre si protraggono oltre il previsto, vi racconto alcune cose e vorrei condividere con voi alcune letture. Abbandonato Mike Blueberry e Blake & Mortimer delle prime settimane di incidente, sto leggendo tre libri contemporaneamente. Tre libri descrivono un micro sistema no?. Il primo è Lucrezio "La natura delle cose". Sono arrivato alla mia età e non l'avevo letto, e Lucrezio è in effetti un buco nero (chi è con me a lezione) mi capisce. Lucrezio è un Must, uno ogni tanto fa un balzo e dice e che caspita ma guarda questo qui, si arrabbia si incavola combatte per il suo universo, lui crea un universo che è coerente per lui e ce lo trasmette. È una possente costruzione. Poi sto leggendo Recalcati "Un'ora di lezione cambia la vita" suggerito su FB da Antonino Di Raimo. Per me il suggerimento è fondamentale perché Antonino ha condiviso con me tante diverse posizioni dal 2004 ad oggi. Recalcati è un professore di psicologia e descrive con spessore tante cose dell'insegnamento. Ma per farla breve parliamo solo della centralità della parola. L'avevo ben capito quando venendo dallo straricco ETHZ andai nello strapovero Mozambico. Io ero lo stesso e i miei alunni erano gli stessi perché il vero insegnamento passa dalla parola tutto il resto non conta più del 5 % come teorizzai da qualche parte. Capii questo nel 1995, insegnavo dal 1984, chi mi ha oggi pensi a questo tempo, ma gli sia leggero perché ogni volta è nuovo, ogni volta si ricomincia. Tornando a Recalcati, ogni angolo trovo conferme e ragioni, e immagino che chi abbia incontrato anche un solo insegnante nella vita, pure. Infine Carlo Rovelli "Che cosa è la scienza". Rovelli si appassiona ad Anassimandro... Come dire che io so' pazzo per Caravaggio e van Gogh (a proposito sto preparandovi un regalo per Natale) che c'entra Anassimandro con il lavoro di un fisico teorico esperto di gravità quantistica? Beh c'entra perché le nostre eccentriche passioni sono sistemiche! Sono sistemiche! Mica uno ama Anassimandro a caso.. A Rovelli gli fa sistema crea la sua miscela! A me che lo leggo mi piace perché so già la fine (avendo letto il suo mirabile "La realtà non è come ci appare"). E poi guardo il mondo con Anassimandro capisco la rivoluzione che ha fatto e da lui ripasso a Lucrezio e all'ora di lezione che cambia la vita. Forse anche una poesia o un testo può cambiare la vita, forse. Una lezione invece certamente si!

Architettura siciliana

Questa è una lettera aperta a Vincenzo Latina e a Luigi PP

Non sono d'accordo. Non è Siza la chiave di una tendenza massiva,  tendenzialmente scultorea e mono materica dell'architettura siciliana. La chiave è il matrimonio tra l'imprinting greco e Gregotti, non Siza. Gregotti insegna a Palermo, e lì influenza una serie di giovani, Gregotti fa ponti con diverse culture nel mediterraneo trovando chiavi meno "poetiche" di quelle di Rossi, ma molto più praticabili e diciamolo in quella fase interessanti, in un certo senso progressive, parliamo degli anni dal '65 al 1990 ca. Tra l'altro in Portogallo, Gregotti era ben più importante di Siza in una fase. Mica ci siamo scordati il grande centro di Belém a Lisbona, vero?. Dire quindi che l'architettura siciliana è siziana è quasi un'offesa o una riduzione inaccettabile, Luigi. Gregotti influenza moltissimo Pasquale Culotta.. Che siciliano cresce tra la rocca, la campagna, il mare e l'infanzia greca delle rovine e dei camminamenti rotti e asimmetrici. Pasquale trova una declinazione bella dei temi gregottiani con i suoi propri della sua infanzia perduta e ricercata e  diffonde questo sentire con le sue opere insieme a Bibi Leone e poi nella sua scuola a Palermo in centinaia e centinaia di allievi e poi in Marcello Panzarella anche con la rivista. Ora alcuni come Collová riportano Siza in Sicilia che a sua volte assorbe e ricombina i temi gregottiani e quelli della stessa scuola e sentire siciliano a  quelli di Rossi, abbandonando il suo aaltesimo, per diventare il Pritzker.. Okey, ma visto che il Pritzker lo ha preso che so Murcutt, io lo do invece a Pasquale, alla memoria. Luigi poi tu dici..  deve essere anti siziana l'architettura in Sicilia, viva la Cannizzo. Bene, se fosse così, ma tu invece usi il trucchetto della lista in cui ci sono un bel poco di oscillazioni sulla linea diciamo meccanicistica della Cannizzo. La cosa che colpisce chiunque veda questa lista è che manca l'architetto Siracusano medaglia d'oro alla triennale. Emanuele Piccardo te lo fa notare e tu non dici ..  Non l'ho messo perché siziano (plausibile, entro il tuo ragionamento) ma Non l'ho messo pecché ha fatto naa cosa brutta! Ma scherziamo? Ripensando alla lista non è che vuoi con te le armate di invidiosissimi colleghi? Personalmente lo so che è alla moda e popolare parlare male di Vincenzo, ma lo trovo ridicolo e provinciale come dire che certa architettura siciliana è siziana.

ampio dibattito su FB