Thursday, July 23, 2015

"Tevere Cavo e l'Ansa Olimpica" Laboratorio Urban Voids. Progettazione IV, Saggio, U. Sapienza, Roma 2015

I lavori del laboratorio si inseriscono nel progetto UrbanVoids™ e in particolare nel progetto che investe  il tema Tevere Cavo.
Il progetto Tevere Cavo intende mettere a sistema una serie di vuoti urbani e di aree sottoutilizzate a Roma. Si tratta in particolare della parte della città che segue l’andamento del Tevere dalla diga di Castel Giubileo alla porta di Piazza del Popolo e che è racchiuso dai grandi colli di Monte Mario ad Ovest e di Monte Antenne ad est. il progetto Tevere Cavo si ricollega idealmente e metodologicamente alla Urban Green Lines che legava con un anello ecologico i due grandi parchi archeologici tra l’Appia e la Casilina (cfr. n. 278 de “l’Arca”). Se in quel caso una nuova linea tranviaria assumeva il ruolo di catalizzatore di una serie di intenti e scopi, in questa parte di Roma non può essere che il Tevere l’elemento sistemico. Un Tevere su cui scorre la storia stessa della città e forse il suo futuro.

I progetti si basano su cinque caratteristiche chiave:
- la creazione di programmi d’uso innovativi basati sul concetto di “Mixité”
- la valorizzazione di ambiti abbandonati o sotto utilizzati della città
- lo studio di nuovi approcci dal punto di vista bioclimatico, energetico e ambientale
- l’utilizzazione di tecnologie informatiche nella diffusione e co-responsabilizzazione del progetto
- l’attivazione di rapporti concreti con possibili partner del progetto considerati come attori irrinunciabili nel contesto sociale della città.
La didattica si basa sulla valorizzazione della energie degli studenti attraverso un insegnamento direzionato nei contenuti, nelle tecniche e nell'aumento delle conoscenze specifiche al fare progettuale nei suoi aspetti contestuali, programmatici, ambientali, distributivi, spaziali, volumetrici ed espressivi, tutti temi oggetto di specifici cicli didattici e di lezioni accessibili  pubblicamente  in video you tube streming. Qui sotto una selezione di alcuni progetti. Dal nome dello studente si accede al Link con il lavoro completo e tutto il percorso di ricerca compiuto.
Programma didattico, pubblicazioni, lezioni con video e altro materiale sono disponibili a questo 

Silvia Nocchi


Mauro Maglietta 
http://chiaraspigalabiv.blogspot.it/

Wednesday, May 13, 2015

Ricordo di Vincenzo Colella, maestro della vita.

Un aspetto che mi ha sempre colpito del prof. Vincenzo Colella, scomparso lo scorso giovedì a cento anni (27 marzo 1915- 8 maggio 2015), è la dignità. Una dignità della persona e degli abiti. Quando mi incontrava diceva .. ragazzaccio ... e senza parere, con un minimo gesto, mi faceva capire il pizzo all'aria, la camicia fuori, il capello tutto scapellato. 
Ma la dignità e la misura del vestire e l'ordine della persona era sistemico, non era superficie, era sostanza.
Tra i molti aneddoti mi raccontava che in carcere Sandro Pertini era sempre ordinatissimo. Metteva la tuta sotto il materasso la notte per averla senza grinze la mattina. Ed era sempre ordinato. Pertini, chiaro?. Come se quell'ordine della persona fosse l'arma per combattere la violenza, l'arroganza, la barbarie. Ho visto un mese fa la tuta di prigioniero politico a Mauthausen del prof. Colella. È al nobile e piccolo Museo di via Tasso.
La riportó a casa dal campo di concentramento, praticamente la sola cosa. E si penserebbe.. la tuta? Si riporta a casa, dopo mille peripezie, la tuta? Ma certo: è come se in quella tuta fosse intrisa la propria dignità di uomo, comunque e sempre.
La dignità del prof. Colella era una grande forza. Era il suo essere al mondo. Trasmetteva l'idea che si poteva pensare, si poteva trasformare, si poteva applicare intelligenza e calma per migliorare. Lui certamente l'ha fatto, quando non si è tolto la divisa da ufficiale italiano ed è stato catturato, quando stava nel carcere delle SS a via Tasso e poi nei mesi durissimi in Germania.. E poi, organizzando il rientro di migliaia di poveracci e poi come maestro e professore e come organizzatore delle associazioni dei prigionieri politici e nelle lunghe vicende del suo Villaggio Olimpico. Di tanto in tanto veniva a pranzo con noi e quasi tutti i giovani di Nitro o i laureandi lo conoscevano bene. Ed hanno un racconto, un episodio, un sorriso. Si il prof. Colella sorrideva un sacco, sorrideva.


Foto del 2 aprile 2011 in una delle tante occasioni di incontro con i laureandi

Thursday, February 05, 2015

van Gogh dipinge i Girasoli

Van Gogh Dipinge i Girasoli
di Antonino Saggio

L’analisi dettagliata del ritratto dipinto da Paul Gauguin Van Gogh che dipinge i girasoli, insieme alle acquisizioni di recenti studi storici, illumina di una nuova luce il dramma che si compì ad Arles la notte della anti vigilia di Natale del 1888 quando i due pittori ebbero un violentissimo alterco, Gauguin lasciò precipitosamente Arles e van Gogh, mutilato del lobo dell’orecchio sinistro, fu ricoverato in preda ad allucinazioni all’ospedale della cittadina. Il libro ha trovato molto interesse nei suoi lettori per la scrittura densa e per il continuo intreccio tra il dato artistico e le vicende della vita. Il quadro di Gauguin in questo contesto diventa contenitore più vero del vero, il luogo dell'intreccio dei molteplici livelli  psicologici, artistici biografici del rapporto tra i due pittori. E così che questo libro rivela la storia del famoso episodio del taglio dell'orecchio, in una ricostruzione inedita ma appoggiata su fonti certe.



Addendum Critico
(estratto della parte finale del libro)


Figura 1.5 Paul Gauguin, Van Gogh che dipinge i girasoli, dicembre 1888, Museo van Gogh, Amsterdam

Chi scrive conosce Van Gogh che dipinge i girasoli sin dal 1970 e lo ha esaminato con attenzione molte volte dal vero, di cui una alla straordinaria mostra “Van Gogh e Gauguin. Lo studio del Sud” al Chicago Art Institute, curatori Douglas Druick e Peter Kort Zegers. Nelle pagine dedicate al dipinto del loro volume del 2001, Druick e Zegers compiono di Van Gogh che dipinge i girasoli una disamina importante, di cui questo scritto fa tesoro. Chi scrive aggiunge al lavoro degli studiosi citati nuove fonti documentarie, alcune osservazioni e soprattutto mette in relazione il dipinto ai drammatici avvenimenti successivi.
La direzione del museo van Gogh di Amsterdam accosta Van Gogh che dipinge i girasoli al veloce ritratto che van Gogh dipinge di Gauguin (v. Copertina). L’accostamento di due quadri dalla qualità pittorica così diversa induce a pensare che van Gogh, esattamente come Gauguin voleva far credere, ne fosse una sorta di allievo. Il fatto che i due quadri siano coevi, non comporta che sia condivisibile accostarli. Mettere uno vicino all’altro il modesto ritratto di Gauguin dipinto da van Gogh, con il grande e bellissimo quadro di Gauguin è un errore. Tanto più grave perché compiuto proprio nel museo van Gogh - nella “propria” casa. Questo errore è la motivazione più profonda di questo scritto e mi sembra di aver ampiamente provato che questo dipinto è il luogo del tradimento di Gauguin. Non so se il museo van Gogh cambierà idea, ma nella mente del lettore, Van Gogh che dipinge i girasoli dovrebbe essere accostato a destra da La Sedia di Paul Gauguin F 499, anch’esso museo di Amsterdam, che van Gogh dipinse quasi contemporaneamente come una sorta di ritratto “psicologico” di Gauguin sotto le mentite spoglie di una natura morta. Un quadro che fa dell’assenza il suo centro espressivo.  E a sinistra da La Sedia di Van Gogh e la sua pipa F 498 questo sì “autoritratto” drammatico anch’esso dipinto da van Gogh durante le settimane di convivenza di Gauguin ad Arles.
Se si esamina la produzione di Gauguin ad Arles (Druick e Zegers 2001) si fa un balzo. Sono venticinque quadri e praticamente tutti capolavori, di una bellezza e di una intensità sconvolgente (Fattoria d’Arles, Lavandaie al Canale, Casolare a Arles, Calura, Vedute degli Alyscamps, Il caffè di notte di Arles ma anche altri). Gauguin attraverso il periodo di Arles esalta la propria pittura che compie un ulteriore sensibile avanzamento sia nella continuità che nella qualità della produzione.  Van Gogh invece ha dipinto tutti i suoi capolavori prima dell’arrivo di Gauguin ad Arles. Se si esamina la pittura di van Gogh nel periodo di convivenza si vedono tre fenomeni interessanti ed interrelati: 
Link
Il libro completo su van Gogh di Antonino Saggio
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Lo Strumento di Caravaggio - The Instrument of Caravaggio
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Saturday, December 20, 2014

Blake, Mortimer e i layer


Mi è ricapitato tra le mani un libro di Umberto Eco, La Misteriosa Fiamma della Principessa  Loana... Forse a qualcuno sarà capitato di leggerlo. si tratta apparentemente di un romanzo, in realtà è una sorta di autobiografia dei tempi della pre adolescenza del grande autore e studioso.

 
Il posto da gigante in questo libro, lo svolgono i fumetti. Fumetti di cui Eco è stato, forse con Oreste del Buono, il più grande sdoganatore in Italia. Quando lui, nato nel 1932 alla metà degli anni sessanta li sdoganava, io, nato nel 1955, li leggevo. Ma ecco il problema, o meglio la crisi. E' uscito alcune settimane fa un nuovo episodio del mio fumetto preferito. Siamo nel 2014, come spiegare a me stesso e forse anche a qualche amico, questo intenso interesse, il grande piacere di questo arrivo?


Possiamo certo intrecciare la chiave culturale (gli strumenti del fumetto sono condivisi con altri più nobili media .. il racconto, l'illustrazione, il cinema, la fotografia ) oppure il dato sociale (in Italia quasi ce ne si vergogna un poco a leggerli, mentre all'estero e, in Francia in particolare, fa comunque fico..  e da decenni) oppure vedere la cosa dal punto di vista puramente edonistico .. (mi fa piacere e basta), oppure un poco come faceva Cedric (lo faccio "io" da eccentrico e quindi tu, condividendo, appartieni allo stesso club d'elite, per esempio cigaro e cynar).
Ma nessuna di queste interpretazioni mi piace e ne cerco un'altra.
Che è: questa di leggere Blake&Mortimer a me ricorda quello che io ero e quello che io sognavo, mi ricorda come ero nella pre adolescenza. Ma il punto non è la memoria nostalgica, è il contrario: è la volontà di tenere accesso il layer di quello che ero da bambino o ragazzo. Non voglio abbandonare quello che volevo essere, e quello che amavo. Che bruttezza tradire i nostri sogni, i nostri desideri le nostre speranze di giovani.
Non v'è nulla di infantile nel mio amore per Blake&Mortimer, nulla di colto, nulla di edonistico ma il piacere intenso di continuare almeno un poco a vivere quella fase e continuare ad accettare la sfida dei nostri sogni e speranze anche nella vita adulta. Mica facile ma Blake&Mortimer mi sfidano.


E andiamo per ordine allora. Ho scoperto Blake Mortimer all'eta di 12 anni. Uscivo da una esperienza strana in un barbiere di Marina di Grosseto. Me ne ricordo bene, il barbiere (non so nei luoghi di mare era forse comune .. c'era stato da poco il caso di Ermanno Livorini a Viareggio) mi aggiustva continuamente l'asciugamano tra le gambe... La cosa era imbarazzante, ma come tutti i bambini non capivo bene le implicazioni, era solo fastidioso. Girai l'angolo ed entrai in un negozio di giornalaio. me lo ricordo come uno dei posti "assoluti". Nel negozio di giornalaio, su uno scaffale c'erano loro, I Classici dell'Audacia... nuovi.  E in copertina il professor Mortimer con una lanterna in una tomba egizia. Costava 250 lire, una cifretta.. forse quasi il triplo del Corriere dei Piccoli, ma il fascicolo emanava un'aura adulta, era bellissimo, con carta lucida e patinata. Lo comprai e poi comprai altri fascicoli che erano lì: capii dopo un poco che erano giacenze... perché il fascicolo era di due o tre anni prima...


Cominciai a sviluppare un grande interesse per i giornalai, per qualunque giornalaio. Ne ero sempre attratto per vedere se vi erano giacenze di altri fascicolo di Classici dell'Audacia che non avevo, ma ero comunque interessato di per sé. Il giornalaio mi sembrava (e ancora mi sembra) un luogo delle meraviglie in cui si ha uno sguardo caleidoscopico sul mondo e come sempre cerco di convincere altri.. ma non ho nessun amico con cui sono mai riuscito a condividere questa passione.


Finite le vacanze estive tornai a Roma con uno straordinario, incredibile strumento. Una bicicletta Bianchi 26 rossa con il cambio. Uno strumento di libertà inaudito, inaudito. Prima, arrivato  nell'inverno dalla Sicilia a Roma avevo organizzato con i miei amichetti undicenni gite a piedi a conoscere la città. All'Appia antica, a Piazza San silvestro... ma adesso con la bicicletta ero una sorta di Cristoforo Colombo, una cosa magnifica. Ancora strabiliato vedo i miei studenti arrivare in autobus e mi domando... ma come e la bicicletta? Ma lasciamo stare. Mia moglie ai nostri, dice eh si allora non c'era traffico. Un errore, Roma era un caos peggio di adesso.
Ma torniamo a noi, scorrazzando in bicicletta scoprii un altro luogo assolutamente mitico meraviglioso, incredibile. Una specie di antro delle meraviglie: era un carrettino di legno veramente piccolo che però aprendosi si allargava un poco che stava sotto le mura di San Giovanni. il baracchino gestito da una signora "giusta", né svenevole né arcigna, conteneva giornali, riviste, libri e fumetti usati! Fumetti usati,  fumetti usati! una cosa da non credere. 



Andandoci ogni sera alle 18:30 in bicicletta andavo a vedere se esistevano altri Classici dell'Audacia. E ogni tanto ne trovavo uno o due.. a cento lire. E a volte, incredibile incredibile anche cinque o sei..! Un tuffo al cuore. Così giorno dopo giorno completai la collezione di tutti i Classici dell'Audacia (che nel frattempo erano usciti di produzione). E di Blake&Mortimer lessi altre storie in particolare il famosi Marchio giallo e cercai di fare proseliti prestandogli agli amici che si appassionarono. Ma il primo fumetto della serie non usci mai in Italia.. era un mappattone di 200 pagine. Lo scoprii in francese solo moltissimi anni dopo, forse nel 1973, lo comprai e pensate un poco leggendolo in francese lo traducevo oralmente in italiano in un registratore cosicché il mio amico appassionato usando le cassette aveva un audio libro eravamo ormai nel 1973 credo.

Tutta questa cosa di Blake&Mortimer è rimasta un poco sopita per un cinque lustri sino a che miracolo dei miracoli usci nel 1996 un nuovo album.. Come un nuovo albm? L'autore era morto nel 1987. Ma invece ci fu una ripresa della serie! Ora mentre di norma queste riprese come dei film dei libri eccetera fanno schifo e uno pensa sempre ah l'originale..! la ripresa della serie di Blake&Mortimer è una vera e propria meraviglia per noi appassionati. Le storie sono bellissime, i disegni accurati in stile Jacob, l'edizione classica. il tutto è fatto ad un equipe a rotazione tanto che ogni anno o due ce la fanno a far uscire un nuovo album.
L'ultimo appunto è addirittura una sora di antefatto rispetto al mammarozzone "Il segreto dell'Espadon" spiega cosa era avvenuto prima.
Ogni tanto vorrei vedere i quadri di Van Giogh dopo che è morto, o le architetture di Giuseppe dopo che è morto sulle scale, o penso ad un seguito mai fatto di Amerzone, o chissà a cose di questo genere che però non succedono mai. Invece nel caso di Blake&Mortimer il miracolo è avvenuto: è ricominciato, è ricominciato ed è meglio di prima.
Questa ripresa è una delle cose belle della vita: fa pensare che esiste un progresso, che esiste un futuro che il nostro desiderio e sogno volontà di bambini non sempre viene tradito ma che un poco vale scommetterci. Con questo entuasiamo ho ripreso il mamarottone "Il secreto dell'Espadon" per rileggerlo. Ma alla decina pagina mi sono mezzo bloccato. Ok, Nino ok, basta infanzia adesso, hai delle responsabilità ora, devi scrivere di cose importanti, motivare i ragazzi laureandi e dottorandi, lavorare con i giovani di nITro, vivere il lavoro universitario insomma .... abbiamo capito, ma ora torna in te.

Tuesday, December 02, 2014

Post born. A New Generation of Digital Architects is Born

Preface by Antonino Saggio to "Plasma Works From Topological Geometries to Urban Landscaping" by Maria Elisabetta Bonafede, Edilstampa, Rome 2014  The IT Revolution in Architecture book series


Plasma Studio is the first group of architects who can be considered “post-born.” In fact, both of the two founding members – Eva Castro and Holger Kehne – as well as Ulla Hell are born between 1969 and 1973. This means that their generation studied architects such as Ben van Berkel, Jeff Kipnis, Greg Lynn, Patrick Schumacher, and others, and that they have been among the readers of the very first volumes of my series; they were not yet thirty in 1998. If the generation mentioned above is that which we have dubbed those “Born with the Computer” (see the book by C. Pongratz and M. Perbellini from 2000), the generation of Eva, Holger, and Ulla is the one that, having been students of the former, today consolidates, builds, and expands the digital paradigm and the computer revolution of architecture.
We have chosen Plasma Studio to begin this journey of the “post- born” because Plasma is certainly one of the most interesting realities, and because they represent situations typical of the new generation. The givens recurring today were unthinkable only twenty years ago. First of all, regarding the three partners. Two women – thus an absolute majority – and only one man. Who would have thought? Considering the composition of studies twenty-five years ago, and particularly who signed in competition, the difference is impressive. Today, women are the majority! Those who teach know how good female students and female architects are, and have been for many years.
Between Eva, Holger, and Ulla the diversity in characters is most remarkable, and particularly in the cultures of their origins. A springy Argentinian architect, a calm and reflective German, and a firm and serene Italian (I would like to say “Italian”, even if her accent cannot be considered Tuscan).
In addition there are three studios: one in Trentino-Alto Adige in Sesto where Ulla lives and works, one in London where Eva and Holger, among other things, teach at the Architectural Association, and one in China which follows the new front and important new projects in collaboration with Groundlab. Skype-on-the-go, naturally. If one recalls that in the days of those “Born with the Computer” the tablet, smart-phones, and Skype did not exist, and that indeed the first experiments of work interconnected by networks were objects of important academic research (see Information Architecture by Gerhard Schmitt from 1998), we realize how this new generation can do much more complex things. But it is not the technology in itself that is important, but rather the cultural leap. We must emphasize that, for the “post-born”, interconnection is not only a word, but reality! And it is a reality that crosses interpersonal modalities, friendships, relationships, and of course the outcomes and the very performativity of architecture. An architecture similar to this is, in itself, a computer model: an interactive architecture, parametric, continually changing, as we have written many times.
Eva, Holger, and Ulla are in the phase of the greatest acceleration of their lives: they have made an impetuous leap in the scale of their work, and at the same time they manage their affections, children, and relationships. Ulla has completed her own house. The work has been published by several specialized magazines (for instance, “Wohndesign”, from May 9, 2012), and on the cover of “Stern,” the prestigious German weekly. It escapes notice, however, because it was not one of our own weeklies to occupy itself with this beautiful house of Plasma in the Dolomites, and because Ulla is an Italian architect. In this context, we must insert the author of this volume. Elisabetta Bonafede has written a beautiful and interesting book, full of attention both to the general frameworks as well as to the specific circumstances of the projects. It is a very useful book for the reader to understand many aspects of Plasma Studio’s research. Bonafede enumerates them with precision, writing that:
The architects of Plasma Studio experiment in at least four directions:
  1. –  from the formal point of view, they use new geometries bent to non-Cartesian logic, faceted surfaces, and unpredictable games of broken lines, of concave
    and concave curves fraught with tension; 
  2. –  from the point of view of perception, they experiment with immersive
    emotional pathways, as well as intense and engaging multi-sensory
    experiences; 
  3. –  from the technical point of view, they study the application of unprecedented
    structural solutions that derive from the properties and generative forces
    intrinsic in various materials; 
  4. –  from the conceptual point of view, they explore the ability of the language of
    the electronic image to redefine architectural space, and the possibilities offered by the computer in rethinking the very concept of space. 
These are key points that are analyzed by the author with precision, using an illustrative toolkit chosen with care. In conclusion, I would like to point out two episodes that bind me particularly closely to Plasma.
The first is my remote definition of Re-building nature. I devised it while I was in America at Carnegie-Mellon University teaching right after September 11. For the students I had to establish the key principles of new urban planning, and number four was precisely Re-building nature. The idea was that the young generation of digital architects needed to contend with nature anew, not romantically as with Art Nouveau but as if to say “rebuilding” – Re- building precisely – a new hybrid nature that was half natural and half artificial, possibly systemic and intelligent, perhaps fractal, surely parametric and topological.
To discover that Holger today remembers this old story of mine gives me great pleasure, but even more pleasing is the fact that Plasma’s project in Xi’an, China seems to be exactly the construction of that idea. This is seen in its combination of natural and artificial aspects, in its both natural and architectural character, and in its creation of an intelligent cycling of water and waste. There are other projects with these characteristics, but there is no other project like Plasma’s Re-building nature in Xi’an. It is a realized paradigm, a shining example.
Finally I would like to say that I owe Gianluca Milesi for the introduction to Plasma. He invited us in Milan to Hangar Bicocca, a beautiful formerly-industrial space, in 2006. I believe that Plasma had just won, but not yet built, the Puerta America. They immediately seemed to me to be a span above many others of their generation. Years later, with the Gallery of Architecture “come se” in Rome we organized their first Italian exhibition, and in “On&Off” two pieces were published (see “l’Architetto Italiano,” numbers 18 and 31). Above all Eva, Holger, and little Ariel (Ulla could not come because she was at the end of her third pregnancy) stayed with us in Nitro SicilyLab for a week. We showed their exhibition at the gallery of the Paladini “Angelica&Orlando” of Gioiosa Marea. Eva did her conference with the little one on her knee, without even batting an eyelid.



Tuesday, November 25, 2014

Tre letture

Cari amici,
Siccome i postumi del mio incidente di moto del 14 ottobre si protraggono oltre il previsto, vi racconto alcune cose e vorrei condividere con voi alcune letture. Abbandonato Mike Blueberry e Blake & Mortimer delle prime settimane di incidente, sto leggendo tre libri contemporaneamente. Tre libri descrivono un micro sistema no?. Il primo è Lucrezio "La natura delle cose". Sono arrivato alla mia età e non l'avevo letto, e Lucrezio è in effetti un buco nero (chi è con me a lezione) mi capisce. Lucrezio è un Must, uno ogni tanto fa un balzo e dice e che caspita ma guarda questo qui, si arrabbia si incavola combatte per il suo universo, lui crea un universo che è coerente per lui e ce lo trasmette. È una possente costruzione. Poi sto leggendo Recalcati "Un'ora di lezione cambia la vita" suggerito su FB da Antonino Di Raimo. Per me il suggerimento è fondamentale perché Antonino ha condiviso con me tante diverse posizioni dal 2004 ad oggi. Recalcati è un professore di psicologia e descrive con spessore tante cose dell'insegnamento. Ma per farla breve parliamo solo della centralità della parola. L'avevo ben capito quando venendo dallo straricco ETHZ andai nello strapovero Mozambico. Io ero lo stesso e i miei alunni erano gli stessi perché il vero insegnamento passa dalla parola tutto il resto non conta più del 5 % come teorizzai da qualche parte. Capii questo nel 1995, insegnavo dal 1984, chi mi ha oggi pensi a questo tempo, ma gli sia leggero perché ogni volta è nuovo, ogni volta si ricomincia. Tornando a Recalcati, ogni angolo trovo conferme e ragioni, e immagino che chi abbia incontrato anche un solo insegnante nella vita, pure. Infine Carlo Rovelli "Che cosa è la scienza". Rovelli si appassiona ad Anassimandro... Come dire che io so' pazzo per Caravaggio e van Gogh (a proposito sto preparandovi un regalo per Natale) che c'entra Anassimandro con il lavoro di un fisico teorico esperto di gravità quantistica? Beh c'entra perché le nostre eccentriche passioni sono sistemiche! Sono sistemiche! Mica uno ama Anassimandro a caso.. A Rovelli gli fa sistema crea la sua miscela! A me che lo leggo mi piace perché so già la fine (avendo letto il suo mirabile "La realtà non è come ci appare"). E poi guardo il mondo con Anassimandro capisco la rivoluzione che ha fatto e da lui ripasso a Lucrezio e all'ora di lezione che cambia la vita. Forse anche una poesia o un testo può cambiare la vita, forse. Una lezione invece certamente si!

Architettura siciliana

Questa è una lettera aperta a Vincenzo Latina e a Luigi PP

Non sono d'accordo. Non è Siza la chiave di una tendenza massiva,  tendenzialmente scultorea e mono materica dell'architettura siciliana. La chiave è il matrimonio tra l'imprinting greco e Gregotti, non Siza. Gregotti insegna a Palermo, e lì influenza una serie di giovani, Gregotti fa ponti con diverse culture nel mediterraneo trovando chiavi meno "poetiche" di quelle di Rossi, ma molto più praticabili e diciamolo in quella fase interessanti, in un certo senso progressive, parliamo degli anni dal '65 al 1990 ca. Tra l'altro in Portogallo, Gregotti era ben più importante di Siza in una fase. Mica ci siamo scordati il grande centro di Belém a Lisbona, vero?. Dire quindi che l'architettura siciliana è siziana è quasi un'offesa o una riduzione inaccettabile, Luigi. Gregotti influenza moltissimo Pasquale Culotta.. Che siciliano cresce tra la rocca, la campagna, il mare e l'infanzia greca delle rovine e dei camminamenti rotti e asimmetrici. Pasquale trova una declinazione bella dei temi gregottiani con i suoi propri della sua infanzia perduta e ricercata e  diffonde questo sentire con le sue opere insieme a Bibi Leone e poi nella sua scuola a Palermo in centinaia e centinaia di allievi e poi in Marcello Panzarella anche con la rivista. Ora alcuni come Collová riportano Siza in Sicilia che a sua volte assorbe e ricombina i temi gregottiani e quelli della stessa scuola e sentire siciliano a  quelli di Rossi, abbandonando il suo aaltesimo, per diventare il Pritzker.. Okey, ma visto che il Pritzker lo ha preso che so Murcutt, io lo do invece a Pasquale, alla memoria. Luigi poi tu dici..  deve essere anti siziana l'architettura in Sicilia, viva la Cannizzo. Bene, se fosse così, ma tu invece usi il trucchetto della lista in cui ci sono un bel poco di oscillazioni sulla linea diciamo meccanicistica della Cannizzo. La cosa che colpisce chiunque veda questa lista è che manca l'architetto Siracusano medaglia d'oro alla triennale. Emanuele Piccardo te lo fa notare e tu non dici ..  Non l'ho messo perché siziano (plausibile, entro il tuo ragionamento) ma Non l'ho messo pecché ha fatto naa cosa brutta! Ma scherziamo? Ripensando alla lista non è che vuoi con te le armate di invidiosissimi colleghi? Personalmente lo so che è alla moda e popolare parlare male di Vincenzo, ma lo trovo ridicolo e provinciale come dire che certa architettura siciliana è siziana.

ampio dibattito su FB

X Samantha

X Samantha

Siccome il cielo è la chiave della terra, siamo iper felici che sta volando nel cosmo la prima astronauta italiana: Samantha. Samantha Cristoforetti che ha la faccia e il corpo forte e deciso che a noi fa pensare tante storie di campi italiani. Ecco come Samantha è arrivata lassù. Circa 40mila anni fa uomini e donne erano già in un futuro meraviglioso. Vivevano circa 29 anni. Stavano nelle grotte la notte e il giorno in delle specie di aie davanti, avevano il fuoco: una incredibile comodità! Gli uomini partivano a caccia anche per giorni. Avevano imparato a darsi ordini chiari precisi non ambigui: in fila indiana, a cerchio, spaventalo. Le donne stavano in gruppo, facevano delle pelli abiti, avevano imparato a conservare il cibo, e usare la terra anche per colorare e parlavano in orizzontale, a rete. Abbellivano le loro case. Pensavano agli uomini lontani e ai pericoli e dipengevano nelle casegrotte un poco come a Matera (W!), scene propiziatorie ed eroiche.
La notte andavano qualche volta insieme sul cocuzzolo alto sopra la grotta a guardare le stelle. Insieme parlavano guardavano sospiravano. Poi una di loro vide che le stelle si muovevano, guarda disse Si muovono le stelle mica sono ferme si muovono....ma dai disse un'altra tu sogni..tu sogni.
Questa progenitrice di Samantha invece pensò no! si muovono si muovono.. E tornò una notte con un pezzetto di legno e il fuoco e tracciò sulla terra quei movimenti. E a poco a poco ne traccio di più. Ne studiò di più. Insegnò questo a sua figlia e la figlia alla figlia della figlia per 20 generazioni. Ed ecco ad un certo punto una altra progenitrice di Samantha (ormai uomini e donne avevano anche capanne di paglia e le donne avevano imparato a coltivare) insomma questa progenitrice disse: " oddio oddio oddio oddio o cielo o cielo! Ho scoperto una stella che non si muove!!" Terrificante incredibile scoperta! Una crisi terribile!!! Ebbene quella singola scoperta forse è stato il passaggio più diretto ,il vero salto che porta a Samantha di oggi che lassù sta e chissà se ricorda. Ma ogni alba è nuova Samantha, altre ali fuggirannno dalle paglie della cova come disse un uomo delle nostre terre.



Saturday, November 22, 2014

Funzione critica


Giuseppe Pagano (1)

In una fase della mia vita ho fatto il critico, anche se part time e in coabitazione. Infatti scrivevo (dietro compenso) la rubrica "Critica di architettura": la rivista era "Costruire" ed ero stato invitato dal direttore Leonardo Fiori a collaborare con tre cartelle. Condividevo l’incarico con Franco Purini, Pippo Ciorra e altri che scrivevano però più di rado (2). Non mi ero mai considerato sino ad allora un critico, ma un architetto, poi uno studioso e alla fine un docente. Ma ero diventato co-titolare di una rubrica e non potevo nascondermi e non lo posso fare neanche ora e devo affrontare la domanda su ragioni e destini della critica di architettura (3).
Dopo la morte di Bruno Zevi ero stato nominato dall’editore Testo&immagine, responsabile di una serie di libri che si chiamava “Gli Architetti”. Ne curai una trentina: volevo libri attenti ai ferri del mestiere degli architetti.  (4) Ad una scrittura letteraria centrata sul giudizio estetico, volevo sostituire una scrittura precisa, analitica, attenta ad una “sceneggiatura delle scelte concrete”. Era questa una espressione di Benevolo che Francesco Tentori aveva inserita nella prefazione al mio libro Giuseppe Terragni Vita e opere (5) definendolo “uno dei migliori testi sull’architettura contemporanea italiana”, immagino anche per questa caratteristica.
Per scrivere i miei contributi nella rubrica di Critica di architettura di “Costruire” creai così una struttura particolare. Usavo ogni volta una parola chiave (per esempio "in-between" o "spazio-sistema" o "affioramenti" o "cheapscape") per illustrare perché l’opera di Tschumi o di Domenig, di Hadid o Gehry oggetto della rubrica fosse pregnante di un modo di fare conoscibile e trasmissibile e allo stesso tempo perché quella parola chiave condensasse una visione del mondo culturale, estetica se non politica che si incarnava in una architettura ed in un fare specifico.
Era un approccio, come dicevamo, molto sui generis almeno per come era normalmente intesa la critica di architettura.
Negli stessi anni feci un intervento a Reggio Calabria per ricordare Zevi poco dopo la scomparsa con il titolo “La storia è critica e la critica storia". Zevi aveva pubblicato per quaranta anni e più una pagina su “L'Espresso” che incarnava quello che era comunemente intesa quale “critica di architettura”. Zevi favoriva una decisa tendenza e contemporaneamente si schierava "contro". Apparteneva a quella generazione dell' “anti”, formatasi nell’immediato dopoguerra che si riconosceva “contro” il fascismo, la barbarie, l'olocausto. Per Zevi, se l'architettura aveva un sentore accademico, simmetrico, classicheggiante, si doveva sempre attaccare perché le “scelte del linguaggio” e quelle etico-politiche erano per lui collegate.
In questo contesto la critica era un anello di congiunzione con l'idea di centralismo democratico e ne diventava una sorta di braccio operativo. Esisteva un vertice che dettava la linea (nel fronte funzionalista la figura di Le Corbusier e la struttura dei Ciam, in quello organico la figura di Wright e la scuola di Taliesin) e una serie di quadri di vertice diffondevano gli aspetti fondanti della linea culturale e operativa. Il compito era dato ai critici militanti, (che a volte erano anche dei grandi narratori di vicende del passato da Nikolaus Pevsner a Sigfried Giedion a Leonardo Benevolo allo stesso Zevi). “Storia” in questo contesto era (questo il titolo della conferenza appunto) era l'altra faccia della critica.
Manfredo Tafuri userebbe parole più piene, ma non è un caso che al suo scrivere sul crollo delle ideologie corrisponda il suo rifiuto tassativo di definirsi un critico e il calarsi in un amore per la storia che (almeno nelle premesse) voleva essere tecnico filologico per una ricerca "della" cosa in sé.
Oggi Il centralismo democratico è scomparso, od ha cambiato solo forma? Credo che a questa domanda ciascuno possa rispondere da sé. Voglio credere che sia scomparso e con esso la necessità di una linea della critica, di una critica come diffusione di un sistema di valori e di ideologie precostituite cui aderire o meno. Rimane in architettura oggi in Italia una critica di questo tipo che secondo me è marginale e un poco superficiale. Quella che, riprendendo alcuni aspetti della critica d'arte, scrive ora di questo ora di quello in una ottica di servizio informativo, quando va bene, ma spesso non riuscendo a soffocare l'odore del retro bottega.

***

Credo e pratico in definitiva da una parte una “scrittura di architettura” e dall’altra una “critica del progetto”, che sono due cose diverse. La critica del progetto ha una finalità concreta, per far vedere una strada che noi pensiamo migliore, più ricca, più fertile, più densa di significati. Nella critica del progetto di architettura entriamo in campo noi stessi per quello che siamo e per quello che non siamo riusciti ad essere e vorremmo essere. Si esplica in primis con gli studenti e a volte con i colleghi più giovani quando ce la chiedono. In ambito internazionale si esplica nelle Jury che non a caso sono considerate il momento più alto della riflessione sull'architettura. Ne ho fatte con Zaha Hadid, con Ben Van Berkel con Peter Eisenman. La jury è un momento alto di confronto delle idee. Questo tipo di critica sul progetto e nel progetto, ormai avviene nel mio caso raramente su carta stampata. L’ho fatta in una decina di numeri del supplemento “On&Off” (7) che curavo con il gruppo “Nitro” dentro “L’architetto Italiano”. Terminata quella esperienza la pratico, credere o no, sul mio Blog e sul mio Facebook. Poi credo, come dicevo, nella scrittura di architettura. Smontate le ideologie, senza una linea o una teoria da diffondere, rimangono però le crisi davanti a noi e l'idea, per me centrale, che queste crisi le dobbiamo cercare di affrontare e forse raccontare attraverso la storia di quest’ultimo secolo con l'occhio alle crisi che gli architetti hanno cercato di affrontare con lo sguardo dritto al futuro piuttosto che piegato al passato. (8)
Le responsabilità nel mondo di oggi devono essere sempre più legate ai singoli e non ai sistemi di opinione e ai credi ideologici. E in questa responsabilità dell'individuo ci deve essere, io credo, anche il bisogno di cercare sempre la critica. Cercarla negli altri verso di noi e offrirla come un bene agli altri. Vogliamo instillare l'idea, insomma che più che una critica esista una funzione critica che ciascuno può e deve imparare a coltivare.
antonino saggio


Note

1 Le note sono per comodità del lettore. Esistono link e anche digressioni. Ricordo che molti anni fa tenni una relazione a Porto ad un convegno che si chiamava "Situazione critica". Ecco il link all'audio http://www.arc1.uniroma1.it/saggio/conferenze/storia/aporto.html il testo è solo in portoghese: Escavaçoes no Futuro Relaçao com a Historia em Algunos aspectos da Cultutura arquitectonica Italiana do Século XX, Jornal Arquitectos n. 211, Maggio Giugno 2003 (pp. 48-54). 

2 Ecco gli articoli della rubrica
Critica dell’architettura. Oltre i Confini. Informatica e progettazione 
Costruire, n. 235, Dicembre 2002 (p. 62).
Critica dell’architettura. Due Opere Americane, Architetture antizoning 
Costruire, n. 227, Aprile 2002 (p. 86).
Critica dell’architettura. progetto e informatica. Virtuale ma Concreto
Costruire, n. 219, Settembre 2001 (p. 102).
Critica dell’architettura. Task force per L'architettura
Costruire, n. 215, Aprile 2001 (p. 32).
Critica dell’architettura. NO LIMITS AL PROGETTO
Costruire, n. 210, Novembre 2000 (p. 30).
Critica dell’architettura. Palinsesto Urbano
Costruire, n. 202, Marzo 2000 (p. 36).
Un intellettuale contro. Ricordo di Bruno Zevi
Costruire, n. 201, Febbraio 2000 (p. 21).
Frontiere. Il coraggio di Aprirsi
Costruire, n. 200, Gennaio 2000 (p. 95-98).
Critica dell’architettura. I contenuti dello Slogan
Costruire, n. 198, Novembre 1999 (p. 32-33).
Critica dell’architettura. La Spazio Come Sistema
Costruire, n. 190, Marzo 1999 (p. 28)

Alcuni di questi pezzi sono oggi in rete rieditati da "Arch.it" http://architettura.it/coffeebreak/20001214/


3  Lo scritto è stato richiesto da Franco Purini, quale documento preparatorio da accludere con altri a due giornate sulla Critica di Architettura da tenersi a Roma presso l'accademia di San luca e a Milano. A Roma dovevo coordinare la sessione pomeridiana del Simposio (quella poi tenuta da Achille Bonito Oliva  Vedi). Purtroppo la data fissata del 14 maggio 2014 coincideva con delle conferenze fissate da tempo in Iran. Ho dovuto mio malgrado rinunciare, non credo che questo testo appaia ora da nessuna parte. Eccolo allora in formato elettronico. Come promemoria personale aggiungerei che la lettura successiva alla redazione di questo testo di Un'ora di lezione cambia la vita di Massimo Recalcati mi suggerisce una interpretazione della critica dentro il "vuoto" che deve creare la trasmissione del sapere. Il campo specifico della critica lo possiamo immaginare delimitato da una parte, a sinistra, verso il l'insegnamento, una parte centrale che ha come stella polare il pubblico e una, a destra, verso il mercato e gli affari. Muoversi in questo campo dipende da ciascuno, ma è una impostazione che permette di collocare rapidamente alcuni critici attuali. Dove sta Luigi PP... facile.. Dove sta Ciorra facile, dove sta Molinari facilissimo, dove sta Purini o Saggio facile. Dove stava Zevi facile... Dove stava Tafuri (facilissimo, ma attenzione la domanda è un trabocchetto... ).

http://www.arc1.uniroma1.it/saggio/Architetti/

http://www.arc1.uniroma1.it/saggio/laterza.htm

http://www.arc1.uniroma1.it/saggio/filmati/reggiozevi/reg.html

7 Originale On&Off on line e a cartaceo da qui,  nuova edizione esclusivamente on line da qui

8  Architettura e Modernità Dal Bauhaus a la Rivoluzione informatica, Carocci 2010 http://saggioarchitettura.blogspot.it e gli articoli su L'Architetto
 "Tre chiavi per il futuro" Febbraio 2014
"Nuova generazione Infrastrutture" Aprile 2014
"Infrastrutture Multitasking" Giugno 2014
"Infrastrutture e verde il grande innesto", Settembre 2014
"Amico Tram, per la Mobilità Urbana". Novembre 2014

Friday, November 07, 2014

A proposito delle Ciminiere di Giacomo Leone


In Fb è stata sollecitata in questi giorni una discussione su due importanti opere a Catania. L'intero dibattito anche con i mie interventi sono qui sul Face book di Franco Porto. nell'occasione ho trovato quanto ne scrivevo a Bruno Zevi nell'ormai lontano 1996. Zevi mi rispose dicendo tra l'altro "Quindi decida leone. Gli ho offerto  un numero speciale  anche doppio se occorre. Non ricordo di aver offerto la stessa cosa neppure a wright (se non per Falling Water)"

Saturday, August 23, 2014

Luoghi impressionanti


I luoghi impressionanti
Mi è capitato per le mani il libro curato da Giorgio Bassani, editor di Feltrinelli cui si deve la scoperta di Giuseppe Tommasi di Lampedusa. In questi "Racconti" (1961) ve ne è uno sui suoi luoghi. Certo mica capita a tutti di raccontare il teatro di famiglia nel palazzo di Santa Margherita in cui si fermavano compagnie di attori ambulanti che giravano paese paese Italia e Sicilia.
Uno pensa che quello ha cose mirabolanti da raccontare .. e noi.. solo piccole cose, piccole cose.
Ma in realtà raccontare i luoghi del proprio imprinting, i luoghi in cui noi abbiamo preso coscienza del mondo e di noi nel mondo,  e a cui sempre torniamo nella mente,  è importante a prescindere! Qualunque cosa è mitica, è bella, anche il ghiaccio squagliato in cui si è visto il muso di una foca... che ne so?
Credo inoltre che descrivere i luoghi sia doppiamente terapeutico per un architetto.

In questo spirito vi volevo raccontare del mio luogo dell'imprinting (avete capito che luoghi "impressionanti" deriva da imprinting /imprinted vero?)

Il mio luogo dell'imprining si chiama Galice. Una proprietà di miei parenti (vi potrei raccontare la storia, ma adesso lasciamo stare) tra Mongiove e Patti, in un tratto pianeggiante.

Dunque come spiegarvi Galice? Ho pensato di farvi prima capire e poi sentire Galice, attraverso una doppia lettura: una spaziale e una esperienziale.. diciamo così.
Per immaginare Galice dal punto di vista spaziale bisogna capire tre strutture che vi coesistono. La prima è quella di più ampio e possente respiro. E' quella delle fasce parallele.
Le fasce parallele di Galice partono dall'orizzonte con quelle blu profondo del mare lontano poi ci sono le fasce turchine, celesti, cerule di nuovo oltremare e poi piccole piccole linee bianche di schiuma e poi la fascia mobile dell'arenile bagnato e poi i sassi sulla spiaggia. A queste sequenze di linee parallele (che poi negli anni ho capito stanno per diversi tipi di fondali e diverse battute d'onda) ve ne succede un'altra: quella della macchia mediterranea: piccoli arbusti verde olivo, ma più azzurro chiaro, che mica so come si chiamano.. forse quelli di D'Annunzio?. Questi arbustelli  creano un altro filare che filtra,  la fascia di vigna subito dopo. Si! siamo a trenta metri dal mare e ci sono le vigne! roba da non crederci. E poi poi poi e poi ci sono loro: incredibili, alti, grossi si dio mio ci sono i cipressi. Si i cipressi che costeggiano le strade bianche che corrono parallele al mare e ai campi.        

Dopo i cipressi che sono i primi elementi di prospettiva, giardini verdi di arance e di limoni.
Questo insieme di linee e di strutture parallele che dall'orizzonte  si inseguono nel mare, nella spiaggia, nelle linee arruffate della macchia e in quella dei grandi e alti cipressi creano il tappeto continuo di Galice. Presente un Klee?
A questa struttura  se ne  combina un'altra, ortogonale alla prima.  A ponente, verso Patti e poi Palermo c'è un grande torrente o fiumara. Le fiumare sono ampie ampie quasi 100 cento metri di larghezza e hanno gli stessi sassi o quasi del mare. A volte vi si vede l'acqua che scorre in rivoli  e sembra una cosa magnifica, una cosa magica, una cosa pazzesca vedere l'acqua nei torrenti! un evento. Questo grande torrente non è l'unica struttura perpendicolare al mare e alle strisce parallele, ve ne sono anche altre che sono le  strade sterrate bianco gialle tra i campi.  In particolare una che la ricorderò sempre che andava tagliando  dritta dritta i campi e la vigna e conduceva con una leggera salita alla spiaggia.
Visualizzate? Un insieme di fasce parallele dall'orizzonte ai campi e ad esse contrapposte ma indispensabili delle strutture verticali e penetrative. A questi due sistemi  se ne aggiunge un terzo che diciamo scattered.. episodico. Era il sistema delle costruzioni che appunto non avevano almeno ai miei occhi una chiara struttura ma si assommavano una sull'altra con regole facili facili.
Il centro di Galice era rappresentato almeno per me da una casa a due piani non intonacata che era in un grande spiazzo a cento cinquanta duecento metri dal mare e che stava parallela alla spiaggia, ma da essa separata dai campi delle vigne e dei cipressi. Si sapeva che c'era la strada dritta al mare ma mica si vedeva il mare. La parte di destra verso Patti della casa era abitata, quella di sinistra verso Tindari non l'ho mai capito.. per me era misteriosa. La casa era tutta rotta, non intonacata e come dire veramente mal messa con una scala di pietra senza pretese sul lato corto verso Patti.
Si saliva la scala e vi era un piccolo ingresso, a destra una specie di antro cucinone, a sinistra una dentro l'altro tre stanze la primo sorta di soggiornino pranzo con finestra lunga a terra ma senza balcone. dopo la terza stanza ci doveva essere il bagno e poi altre stanzette sul retro che riportavano facendo il giro alla cucina.

 Poco più vicino al mare sulla destra della casa madre c'era una casa colonica, ad un piano con davanti uno strana rotonda a terra in una specie di cemento battuto.. uno spazio multi  funzionale che serviva dalla vendemmia al ballo,  al gioco. Me la ricordo questo cerchio di cemento come la quintessenza di uno spazio multi tasking.
invece all sinistra della casa antica c'era una piccola casa ad un solo piano forse anni quaranta in cemento battuto, piccola piccola. più a monte c'era un grande arco in abbandono, forse dai tempi del nobile Ceraolo  e dietro la casa si stendevano altre casette forse cantine forse magazzini forse altre casette coloniche che per me rappresentava un territorio oltre...  poco battuto, poco esplorato.
In questo quadro mi muovevo e in questo quadro si muovono gli attori, ma prima bisogna pensare ai profumi e ai gusti. Non so perché, i profumi sono altrettanto importanti o quasi degli spazi. Dunque l'odore più forte, più indimenticabile più magico era quello degli arbustelli dannunziani sulla spiaggia. Un profumo forte e dolce amarognolo e magico. Anticipava il mare, ne era la promessa, sorta di sipario non solo visivo ma soprattutto olfattivo. Il mare non lo ricordo come profumo, invece i cipressi odorano e così ma meno per me i giardini. Veramente erano gli arbustelli che mandavano l'inebriante profumo.
I gusti ne ricordo solo uno ed era quella della merende che consistevano (ormai siamo cinquant'anni dopo Tommasi che aveva pane raffermo a merende) in una fetta di pane e olio con un poco di sale. Non so perché era tanto buona questa semplicissima merenda. Io credo che tra il '59 e il '62 o '63 ci sia stata una rivoluzione epocale in noi bambini: arrivarono le merendine preconfenzionate le briocheees... e poco prima i formaggini "mio" con le mattonelline psichedeliche, ma allora nel '59 in qualche modo eravamo ancora nell'Ottocento.. pane e olio a merenda.

Ecco in questa scena mi muovo io bambino di quattro annetti. Ricordo che una cuginetta voleva farmi vedere le mutandine, e credo che le vidi, poi ricordo che imparai ad andare in bicicletta lungo la strada dritta del mare, poi ricordo quando passava l'aereo di un parente aviatore che ci salutava. Ma io ero attore molto secondario, la scena era popolata da ben altri personaggi. Innanzitutto la Zia Giovanna. che doveva essere sulla sessantina ed era l'unica scampata della sua famiglia al terremoto di Messina. Era una donna triste ma abbastanza positiva. Vestita di nero, con capelli grigi e tuppo mai ordinato. Si chiamava Pisani quindi doveva essere una nipote di mia nonna Concettina e cugina prima di mio papà. Giovanna viveva con Pietro un figlio strano strano (era un figlio, poi..? o anche lui un nipote? mica ho capito..) e soprattutto con una vecchissima cameriera di nome Tindara. Tindara era veramente la cameriera dei cartoni animati, dei film. Credo che avesse un dente solo, era simpatica e di buon umore e viveva quasi sempre nell'antro della cucina.
Ogni tanto venivano le sorelle da Palermo che forse dovevano essere sue figlie adesso che ci penso, che erano mi pareva molto belle e sofisticate. Si chiamavo forse Bea e Lea o qualcosa del genere. Avevano la bambina delle mutandine Ali (?). Io e mia madre eravamo tecnicamente in una specie di lunghissima vacanza, ma non ne avevo alcuna cognizione essendo in età prescolare. Dormivamo in una stanza con un grande letto. Non so se mio padre ci venisse ogni sera. Continuava a lavorare e arrivava di tanto in tanto come una persona di rilievo, cosa che era veramente. Mia madre ogni tanto protesticchiava per il fatto che sul mio lettino ci fossero i topi al pomeriggio quando dormivo, ma non ricordo isterismi particolari. Si parlava dei topi che forse venivano dalle cantine, che forse bisognava chiudere i buchi, ma non era 'sta tragedia insomma.
Le serate erano metafisiche, questo lo coglievo.
Tra la casa della zia Giovanna e quella più in basso ad un piano si mettevano delle sedie sotto una lampadina. All'interno della casa sempre dietro una finestra aperta che però aveva una grata fitta stava una donna strana e misteriosa. Che parlava poco e che doveva avere dentro di sé una tristezza infinita. Aveva un marito bizzarro, il professore, e una vecchissima signora che viveva con loro, la zia Nina che secondo me doveva essere una sorella o cugina di mia nonna e una zia tanto di Giovanna che di mio padre.
Questo è quanto, questo il luogo del mio imprinting. Niente di eccezionale.
Eppure i tramonti tra i cipressi, la macchina di mio padre impantanata sul fiume e lui che abbracciava mia madre, l'ebbrezza dell'imparare a pedalare sulla stradina dritta, la mia fuga in bicicletta a Patti e soprattutto l'odore dei tamerici (o del ginepro o dell'erica erbora?) sulla spiaggia, rimangono impressionanti.




Wednesday, July 23, 2014

Esiti Laboratorio IV Prof. Antonino Saggio,2014



"Tevere Cavo e l'Ansa Olimpica" Laboratorio Urban Voids. Progettazione IV, Saggio, U. Sapienza, Roma 2014

I lavori del laboratorio si inseriscono nel progetto UrbanVoids™ e in particolare nel progetto che investe  il tema Tevere Cavo.
Il progetto Tevere Cavo intende mettere a sistema una serie di vuoti urbani e di aree sottoutilizzate a Roma. Si tratta in particolare della parte della città che segue l’andamento del Tevere dalla diga di Castel Giubileo alla porta di Piazza del Popolo e che è racchiuso dai grandi colli di Monte Mario ad Ovest e di Monte Antenne ad est. il progetto Tevere Cavo si ricollega idealmente e metodologicamente alla Urban Green Lines che legava con un anello ecologico i due grandi parchi archeologici tra l’Appia e la Casilina (cfr. n. 278 de “l’Arca”). Se in quel caso una nuova linea tranviaria assumeva il ruolo di catalizzatore di una serie di intenti e scopi, in questa parte di Roma non può essere che il Tevere l’elemento sistemico. Un Tevere su cui scorre la storia stessa della città e forse il suo futuro.

I progetti si basano su cinque caratteristiche chiave:
- la creazione di programmi d’uso innovativi basati sul concetto di “Mixité”
- la valorizzazione di ambiti abbandonati o sotto utilizzati della città
- lo studio di nuovi approcci dal punto di vista bioclimatico, energetico e ambientale
- l’utilizzazione di tecnologie informatiche nella diffusione e co-responsabilizzazione del progetto
- l’attivazione di rapporti concreti con possibili partner del progetto considerati come attori irrinunciabili nel contesto sociale della città.

La didattica si basa sulla valorizzazione della energie degli studenti attraverso un insegnamento direzionato nei contenuti, nelle tecniche e nell'aumento delle conoscenze specifiche al fare progettuale nei suoi aspetti contestuali, programmatici, ambientali, distributivi, spaziali, volumetrici ed espressivi, tutti temi oggetto di specifici cicli didattici e di lezioni accessibili  pubblicamente  in audio. Qui sotto una selezione di alcuni progetti. Dal nome dello studente si accede al Link con il lavoro completo e tutto il percorso di ricerca compiuto.
Programma didattico, pubblicazioni, lezioni (alcune con audio) e altro materiale sono disponibili a questo 
Link
Vedi un breve film con quasi tutti i lavorihttps://www.youtube.com/watch?v=VXy7IoW519g