Saturday, September 23, 2017

Paolo Meluzzi e il dibattito low rise – high density.

Inaugurata la mostra  "Paolo Meluzzi e il dibattito low rise – high density (1960-2000)" venerdì 22 settembre 2017 alle ore 18.30, Galleria Embrice Roma - Via delle Sette Chiese, 78 Tel. 06. 64521396. Importante l'iniziativa di Carlo Severati e riuscito il catalogo a cura di Stefania Bedoni. Ecco il mio testo:

 Paolo Meluzzi. Fratello maggiore: allegro, competente, disponibile.

Con gioia aderisco all’invito di Carlo Severati a scrivere su Paolo Meluzzi cui ero legato da profonda amicizia e rispetto.
Sono grato a Carlo e alla Galleria Embrice di questa iniziativa: santa e benedetta. Luigi, con cui ho condiviso tanto “Paolo” so che ha scritto sui nostri anni universitari e non vorrei ripetermi. Paolo è stato molto importante per noi, attenuava alcune rigidità di Carlo Melograni. Ricordo che in quel 1979 il prof. Melograni non aveva ancora sdoganato Ralph Erskine per esempio. Noi provavano nella nostra tesi di laurea a fare un piccolo Byker wall - un muro ondeggiante in pianta e alzato - per contenere il tessuto basso e compatto con cui proponevamo un cuci e scuci per operare nel tessuto esistente delle Casette Pater, la borgata storica di Acilia. Il nostro Byker wall fu clamorosamente bocciato, come una casa bassa con un patio tagliato in diagonale, ma questa casa mi ostinai a disegnare lo stesso e presentare “comunque" nella tesi. Se Carlo Melograni era evidentemente il relatore della nostra tesi, Paolo, come correlatore, attenuava, reindirizzava, riapriva le questioni. Ricordo sempre quando ci disse qualcosa come “Luigi e Nino il progetto deve essere allegro!”. E Paolo era una persona sostanzialmente allegra senza mai essere né ridanciano, né battutista: ma si divertiva con noi, che eravamo evidentemente dei personaggetti bizzarri, che entravamo a volte in assurde paranoie giovanili, che avevamo ragazze belle e affascinanti, in primis Donatella, ma non solo. Fu con Stefania Bedoni sua moglie e assistente di me e Luigi all’inizio della nostra attività e di cui entrambi eravamo studenti, il nostro “testimone” virtuale quando con Donatella ci sposammo il giorno prima di partire per l’America. E tante e tante volte stavamo a studio con lui, prima a Piazzale Belle Arti, poi a Via di Ripetta e molte volte anche nella spettacolare casa, lì sulla rupe del Borghetto Flaminio disegnata da Enrico Mandolesi ma da lui e da Stefania resa semplicemente meravigliosa. Dello studio poi avevamo le chiavi, un privilegio non da poco se ci si pensa, e io lo usavo parecchio. Vi era dunque un profondo rapporto personale. Finita la tesi Paolo invitò Luigi e me a collaborare a ben tre progetti di case in cooperativa. Ci lavorammo dal gennaio del 1980 al luglio (e ci pagò pure di sua sponte). Si trattava di tre interventi per lo Iacal (Istituto autonomo cooperative laziali diretto da un suo caro amico) che dovevano essere realizzati all’interno delle normative del nuovo Piano decennale, si chiamava cosi?, che creava standard vincolanti. Le camere doppie dovevano essere di 14 mq, le singole di 9 ci doveva essere una superficie massima per numero di abitanti previsti eccetera. Se non si aderiva a questi standard, non vi poteva avere nessun finanziamento pubblico. Noi freschi di laurea sul tema residenziale - e piccoli specialisti in erba - ci buttammo a pesce nell’esperienza concreta. Se devo dire con franchezza, non credo veramente che il mio contributo sia stato un granché. Ho appreso 98 e forse, dico forse, contribuito 2.


Ciò non dimeno Paolo ci citò come collaboratori nella pubblicazione dei progetti. Tanto per dire chi era Paolo: una persona generosa dentro. I progetti dunque erano sostanzialmente tutta farina del suo sacco, li potete andare a vedere i progetti se volete. Quello a Tolfa, paese che conoscevo bene perché la mia fidanzata degli anni giovanili aveva una casa nella parte antica del paese, si sviluppava su una strada interna che aveva residenze ai due lati. La sezione del progetto era molto articolata con parcheggi da una parte e una sorta di percorso pensile che serviva le case più a monte. Lo chiamavano così, “Percorso Pensile”, perché era il titolo di un numero monografico a cura di Carlo Melograni e dell’intera squadra della sua cattedra (“Edilizia Popolare” n. 140), oltre a Paolo, Marta Calzolaretti, Andrea Vidotto, Piero Ostilio Rossi e Ranieri Valli che stavano formando in quegli anni lo studio P+R associati. Tornando ai 34 alloggi a Tolfa ricordo quando Paolo disegnò due case di testata molto belle e armoniose. Vedere Paolo lavorare era bello per noi: introiettavamo naturalmente dei metodi, dei pensieri, degli strumenti. Dico spesso nel lavoro che faccio ogni giorno che non esiste niente come la bottega, certe cose non si insegnano né si imparano… si inalano, come mi disse Zevi una volta.

Dopo queste case, Paolo disegnò, sempre con me e Luigi come piccoli assistenti, delle case in cooperativa a Cerveteri. Erano molto belle ed interessanti. Di nuovo un percorso pensile di un blocco compatto a zig zag da cui si scendeva a delle case o si saliva. Era un interessante combinazione di case servite in linea e di case servite a schiera (in questo caso a percorso pensile). Nel frattempo uscì anche il numero, “Case basse ad alta densità” (“Edilizia Popolare” n. 157) in cui - incredibile ma vero! - vi era pubblicata la tesi di Luigi e mia (meno male che avevamo tolto il muro alla Byker): un onore stratosferico per noi, di cui vissi di rendita per alcuni anni. Comunque le case di Cerveteri avevano tante cose interessanti e secondo me costituiscono forse il capolavoro di Paolo. Innanzitutto proponevano un eccezionale sfruttamento dell’area disponibile che era conformata con un particolare lotto trapezoidale. Non si sa come riuscì armoniosamente ad inserire 16 alloggi di 85 metri quadri per cinque persone ciascuno. Lo schema distributivo era brillante, intelligente, efficientissimo. Il cuore era costituito dal percorso pensile che procedeva scattando in pianta per seguire i confini dell’area di edificabilità, ma il cui andamento si rivelava bello per evitare monotonie e allineamenti da caserma. Il piano del percorso pensile copriva i parcheggi sottostanti che creavano una bella zona d’ombra che sollevava l’edificio dal suolo. Dal percorso pensile venivano serviti otto appartamenti “a piani sfalsati”. Si trattava di un’altra novità, raramente usata in italia: cioè dalla quota del percorso pensile si saliva o si scendeva di mezzo piano. La cucina-pranzo era alla stessa quota del percorso, ma con una rampa sola di scale si “scendeva” al soggiorno con giardino e con una sola rampa si “saliva” alle camere da letto. Sapientemente incastrate ogni due alloggi lungo il percorso, vi era una scala cui si saliva per accedere ad un’altra coppia di alloggi, di nuovo a piani sfalsati, sovrapposti ai precedenti e quasi identici ma che invece del giardino avevano un’ampia terrazza. Ammazza quanto era bravo Paolo! Una delle cinque persone richieste dallo standard era alloggiata nella famosa camera “jolly”, cioè uno studio di 9 metri quadri, aperto sul soggiorno ma richiudibile e assimilabile per legge a una camera singola. Un vero trucco, che risolveva venti cose contemporaneamente. I prospetti erano portati a casa da Paolo con mano sicura, accoppiando le finestre per fargli avere un ritmo compatto, inserendo begli episodi plastici con le scale al percorso pensile nelle due testate, con un uso sobrio ma efficace di blocchetti di tufo e con i marcapiani e e architravi in cemento a faccia vista. L’ultimo intervento si realizzò con 57 alloggi a Ladispoli inserite in un edifico con altezza variabile dai sei ai quattro piani (con ottimi appartamenti serviti in linea) e in un edificio a due piani con delle case a patio interessanti. Ma Cerveteri è imbattibile. Ci sono affezionato solo io? No! Fatemi vedere un sistema residenziale migliore realizzato in Italia in quegli anni e vi regalo il mio libro su Sauer.

Eh si, perché dopo questi lavori e dopo il coinvolgimento di me e Luigi in una ricerca universitaria di Carlo Melograni e Marta cui lavorammo con una passione infinita (e su cui entrambi e anche altri amici e amiche attinsero e noi vi vincemmo due concorsi), dopo la partecipazione con alcuni contributi questa volta originali ai due concorsi per una piazza a Genzano (con Donatella Orazi e Stefania Bedoni) e per Piazza dei Mulini (con l’intera squadra culturale del prof. Melograni e che aveva come capogruppo Ranieri Valli) ebbene dopo tutto queste cose stava cominciando la fase in cui io davo “indietro” un contributo a Paolo e al filone culturale su cui mi ero formato. Partii per l’America nel 1983, sostenuto da una borsa Fulbright, per lavorare, studiare e insegnare con Louis Sauer, In poco tempo (e molte nevrosi di crescita) compii un balzo prodigioso. Avevo capito nel corpo vivo del “development process" come si lavorava concretamente nel Low rise - High density a contatto giornaliero con Louis Sauer, cioè il più bravo al mondo. A voglia d’inalare!. Assorbii tutto come studente, come assistente, come giovane docente, come ricercatore, come progettista. Tornato ancora dottorando del primo anno, Paola Coppola decise di dedicare il secondo libro della collana ufficiale del nostro Dipartimento di Architettura e Progetto appena iniziata con un libro di Luigi Gazzola (Architettura e tipologia, Officina 1987) al mio lavoro su Sauer e le case basse (Louis Sauer un architetto americano, Officina 1988). Questo libro rappresentava un insieme fantasmagorico di esempi nella città costruita che faceva compiere al filone di Melograni e di Paolo, un vero e proprio salto per invenzione distributiva, per forza realizzativa, per sapienza di inserimento nella città costruita: insomma era un contributo. Paolo mi invitò tante volte a parlarne e ci sono architetti oggi cinquantenni che non sanno niente di me.. ma che si ricordano la mia lezione su Sauer, oppure il mio libro. immagino Paolo, immedesimandomi ormai in lui visto che ho ora circa la stessa età di quando Paolo cosi presto è scomparso, immagino Paolo guardarmi di sottecchi facendo forse un poco di fatica a far combaciare le due immagini: quella di me ragazzo e fratello piccolo e divertente e quello di me adulto e autonomo. Ma è la vita. Io a Paolo ho voluto molto bene, lo ricordo con affetto ed era veramente un dedicato docente e un ottimo architetto: ce ne fossero. Antonino Saggio pp. 17-20 in "Paolo Meluzzi e il dibattito internazionale Low rise - high density" a cura di Stefania Bedoni, testi di Carlo Severati, Ranieri Valli, Luigi Prestinenza Puglisi, Antonino Saggio Embrice 2030, Ermes edizioni scientifiche Roma 2017 Isbn 9788869751745

Foto e commenti in questa pagina FB

Wednesday, August 09, 2017

Rio de Janeiro 2017 o dell'nfrastructuring

In questo post riunisco alcune osservazioni e note che riguardano la città di Rio de Janeiro e la sua architettura e urbanistica. I link sono a facebook dove risiede il testo  originario, molte altre foto e diversi commenti..



indice

Affonso Reidy La città e il ruolo srutturante dell'architettura

- I trucchi di Copacabana o dell'Infrastructuring

Sulla foresta tropicale e il grande Parco in cui Rio si insedia

- Sulla luce magica della Facoltà di Architettura di Moreira

Burle Marx: pittore in primis, come Leonardo (indi architetto, urbanista, paesaggista, scienziato, botanico)

Ohhh Aterro do Flamengo.






Pedregulho! (Che meravigliosa parola segreta)
Questa mattina ho nella testa e nel cuore Affonso Reidy! Che architetto meraviglioso Affonso e questa sua morte prematura cinquantenne appena. Vorrei farvi sentire il suo Pedregulho del 1947. Per la verità sono senza parole per l'intelligenza, la sensibilità, la meraviglia. È una delle architetture più emozionanti che abbia mai visto. Mi piacerebbe molto fare capire a chi non è architetto il perché. La prima cosa che vorrei far capire è questa: Reidy capisce sin dentro le sue fibre più interne che a Rio architettura è infrastructuring, l'architettura si fa primariamente come infrastrutturazione umana che si misura e vive con l'ambiente naturale.*
Molte altre cose sono importanti, molto importanti, ma sempre la chiave è decisiva, e la chiave è l'infrastructuring.
Questo l'assiona di conseguenza: se la stessa città di Rio è una grande prova di infrastrutturazione (una città che si innesta in una foresta tropicale in una baia granitica popolata da enormi babà) allora anche l'architettura di questo DNA deve far parte: Pedregulho!

* Naturalmente è un seme gettato da LC quando nel 1929 dopo giorni di angoscioso silenzio creativo cominciò a produrre i suoi famosi disegni per Rio... ma è Reidy che lo esalta ...

Link FB: 11 h


Pensare che il lungomare di Copacabana sia un fatto "naturale" è un errore macroscopico! Il mare a Copacabana è infrastrutturato, "diventa" parte del sistema della città in una maniera entusiasmante. Almeno otto sistemi paralleli creano la transizione mare città: sono un insieme congiunto di infrastrutturazione lineare e di porosità trasversale.
In sequenza sono:
A. Mare
B. Spiaggia per il sole
B1. Spiaggia per minuscoli servizi (sdraio in affitto)
B2. Spiaggia di sport attrezzati (campi per calcio, pallavolo e altro)
C. Lungomare con chioschi (i chioschi sono elementi puntuali che non chiudono mai la vista! Ed hanno servizi .. deposito, bagni magazzini ... interrati vedi sequenza di foto .. sotterranea mi ci sono infilato a mio rischio e pericolo)
C1. Il Percorso pedonale maiolicato (famosissimo)
C2. Una doppia fascia per correre e andare in bicicletta
D. Il sistema carrabile composto da due fasce di tre carreggiate ciascuna!
D1. Una fascia di servizio tra le due carrabili in genere vuota e con vegetazione ma a volte con dei piccoli benzinai con una elegante modo di entrare e uscire.
Naturalmente il tutto funziona attarverso dei "Trucchi" meravigliosi e giganteschi.
Trucco 1: le sei corsie carrabili sono - a volte - ....... ad un unico senso di marcia. Si avete capito bene! sei corsie tutte che procedono nella stessa direzione. Questo trucco è semplicemente incredibile!!! a chi sarebbe venuto in mente.. perché la cosa logica sarebbe stata tre corsie in un verso e tre in quello opposto, invece no! Tutte in un verso! Questo crea la "magia" della circolazione, l'estetica della circolazione e del flusso!. Ho scoperto poi che il sistema muta continuamente ... per esempio la domenica ne riangono solo tre carrabili e tre si fanno al
Lazier .. in altri giorni della settimana c'è una circolazione nei due versi... insomma una infrastruttura adattiva.
Trucco 2: il disegno della pavimentazione arci nota di Burle Mark. ora uno che non capisce dice "ah si ecco questo è il Brasile.. l'onda..." E' il contrario: è Burle Marx che dalle mille suggestioni del Brasile che è un continente di per sé e che di motivi ne ha miglia ne estrae "uno" e lo fa diventare emblema simbolo anzi meglio paesaggio! (ricordate la mia definizione .. "paesaggio è la rappresentazione estetica, condivisa collettivamente e culturalmente, ma in costante evoluzione, di una parte del mondo."). In altre parole con quel disegno sui marciapiedi di Copacabana e Ipanema Burle Marx "crea" una nozione condivisa collettivamente e determina la nostra idea di "paesaggio" brasiliano. Fa marchio, immagine, cittadinanza.. qualcosa di enorme. Il disegno di Burle Marx è il catalizzatore di questa infrastruttura!
Trucco 3: il disegno dei marciapiedi non si fermano al lungo mare ma entrano e penetrano nella città raccordandola visivamente ed emotivamente al mare. Insomma pur nella secchezza del trapasso tra un "eco sistema ed un altro" (quello della città compatta da una parte e quello del lungo mare dall'altro), la continuità del disegno di Burle Marx media e insinuandosi raccorda.
Trucco 4. Il fronte urbano è denso e continua. La citta si presenta con un fronte. Sono bandidi quelgi orribili effetti gradonati. Sempre fronti copatti circa di quindi media di altezza. un sistema mare e lungomare si confronta con la città in una bellissima dialettica tra disevrsi
Trucco 5: poi ci sono tanti micro trucchi. a. I chioschi hanno il piano interrato cosi si lascia la permeabilità e sono puntuali: Lasciano il fronte mare aperto (insomma l'opposto dello stabilimento, tipo Ostia e dintorni per intenderci che cementificano e chiudono il fronte mare). b. Le porte di calcio vedi foto sono doppie) ed oltre a somilgliare ad un Sol le Witt massimizzano l'uso. c. La spiaggia ha dei percorsi di avvicinamento al mare che invece di essere stupidamente mattonati sono semplicemente bagnati (cosi non si solleva polvere inutulimente! un trucco ciclopico!). Il tutto vedi foto alimentari fai chioschi con piccole pozzi a motore autonomi! Io sono andato da Juhlio d. eccetera eccetera.
Trucco 6. I sistemi interattivi belli e funzionanti che convivono con la tecnologia più povera..tipo castelli di sabbia, venditori di pannocchie e similari... vedi foto dei riparatori!!


Post Principale 


La città del parco

Credo che per capire Rio de Janeiro bisogna invertire i termini della questione: non bisogna pensare ad una città, bisogna pensare ad una foresta che si arrampica attorno a dei grandi panettoni di granito. Sono sette o otto questi panettoni con le foreste atlantiche attorno (se vedete la foto aerea della Baia di Guanabara localizzate i picchi e le foreste con il verde intenso). La città conquista la propria area prosciugando, rasando al suolo i morri (colli) e con grandissime opere infrastrutturali (i lungomare di cui abbiamo parlato, i grandi ponti viadotto, il magnifico Sterro do Flamenco eccetera). I più poveri vivono nelle favela e si arrampicano sui panettoni, vivono e mangiano la foresta che è il loro habitat. Tutti i cittadini di Rio non solo vanno in spiaggia o nelle altre enormi aree attrezzate, ma brulicano come formichine in infiniti trahlia (percorsi/trail) arrampicandosi in tutti i modi su e giù per i panettoni di granito. Il grande sistema naturalistico è effettivamente e legislativamente un grande parco e Rio l 'unica metropoli che vive "insieme al parco, insieme alla foresta". Ecco forse se si vede così, si comincia a sentire questa meravigliosa città! Grazie a Sara Gagliarini che mi ha portato oggi in giro e che mi ha aiutato a guardare.
30 luglio alle ore 23:08  e sul Babà 8 h

Sulla Casa di Niemeyer in un grande canyon di Rio





Cominciamo la visita della Casa das canoes - la villa di Oscar Niemeyer nella foresta di Rio de Janeiro da Antonia. Custode domestica della casa dal 1963, figura storica. La casa è un "tipo" è una idea specifica di casa, è un archetipo di casa ecco perché è un crocevia indispensabile.
La seconda foto ve la colloca, perché la casa, come Falling water o la casetta a Murstalo di Aalto non sono nel
Luogo ma sono "il" luogo, sono "del" luogo ce lo fanno capire lo interpretano trasformano la natura in una idea di forma!

La terza casa riflette su tutte le altre case del mondo, a partire dalle "correnti d'aria" neo plastiche. Si noti l'effetto grotta e buia, esaltato proprio nel pertugio quadrato verso la luce!
Quarta foto: la casa vive di una serie di dualità che naturalmente qui a Rio diventano una sorta di danza yeng-yang troppo ovviamente allusiva. Il fronte monte e quello mare, l'acqua e la terrazza e soprattutto la zona giorno "emersa" e la parte notte "sommersa". In particolare la sequenza della discesa nell'area dell'eros è punteggiata di episodi ... .


Sulla luce magica della Facoltà di Architettura di Moreira




Siamo qui in questa splendida Facoltà di architettura disegnata - insieme a tutto il campus (che è grande all'incirca come Livorno) da Jorge Moreira un grande architetto. Non vi dico l'emozione di vivere la spazialità libera dinamica geometrica e funzionale dell'architettura - come la chiamava Le Corbusier - "moderna". Perché questo per loro voleva dire moderno.. arioso, fluido, dinamico, funzionale... bello!


Link: 29 luglio




Burle Marx è uno dei più grandi testimonial della mia definizione di paesaggio: “Paesaggio è la rappresentazione estetica, condivisa collettivamente e culturalmente, ma in costante evoluzione, di una parte del mondo." (su “Introduzione alla rivoluzione informatica in architettura” Carocci 2007). 
Nel libro spiego che siccome paesaggio è rappresentazione estetica, la chiave è la pittura. 

Ora la prima cosa per capire Burle Marx è appunto la pittura. Burle Marx - semplicemente - “dipinge con le piante”. A questa vegetazione dà il gusto oscillante della sua pittura (una sorta di Matisse braqueizzato, un poco geometrizzato, ma sempre fluido). A questo punto le diverse essenze tropicali nelle sue mani diventano tante zone cromatiche, tante zone a contrasto o a contatto uno con l’altra. Insomma per capirsi facile facile, senza Gauguin niente Burle Marx! E senza Burle Marx niente “paesaggio” del Brasile. Perché è Burle Marx che crea (che inventa.. quasi vorremmo dire) il paesaggio del Brasile estrapolando dai mille motivi di questo continente alcun motivi.. che siccome sono valori di immagine, poi diventano “condivisi collettivamente”.. creano quello che è il nostro paesaggio del Brasile a cominciare dalla onda di Copacabana…

La controprova è un dettaglio apparente insignificante, ma che di questo ragionamento è la prova del nove. Chiedo alla guida, che è un giovane studioso di botanica e super esperto di Burle Marx: “Mi scusi ma perché non ci sono agrumi qui?” (stavo visitando i 40 ettari del Situ di Burle Marx un semplicemente meraviglioso parco che  disegna e cura con la sua casa studio). La risposta è: ”Perché non gli piacciono”.

Mai risposta fu più esatta! Non gli piacciono, capite.. non gli piacciono capite.. non gli piacciono gli agrumi!.
Ora cerchiamo di capire. Vedete chi conosce i paesi arabi e il giardino arabo sa che cosa vuol dire agrume. Vuol dire:  “simbolo di un ciclopico sforzo dell’uomo di vincere il deserto” di irreggimentare le gocce di acqua dalle montagne in canali sotterranei per arrivare in giardini recintati come una sorta di oasi artificiali dove solo può sopravvivere il miracolo del verde.  È tutto artificiale e l’agrume è il simbolo di questa artificalità.

Ora Burle ha una altra tavolozza, ha un altro mondo, ha una altra espressione. E’ quello della foresta tropicale che  è l’esatto contrario del deserto. Ecco perché nel suo paesaggio (che è ovviamente mentale) non c’è manco un agrume!

Ancora una riprova. Uno pensa ma Burle Marx che gioca con questa tavolozza vivida ed equatoriale in questa sorta di quadro vivente “astratto”, in questa sorta di Brasile creolizzata alla Gauguin, in questa infiorata contemporanea  e astratta, non usi mai mai l’artificiale?. Risposta, si invece lo usa. E quando e perché? Lo usa quando deve dare una enfasi particolare.  In un caso per esempio all’ultimo terrapieno prima di arrivare alla chiesetta di sant’Antonio, crea un prato rasato! In questo prato rasato dispiega anche  la nascita dell’architettura.. lo fa ovviamente come una stele-totem e poi di nuovo usa un piccolo pezzo di prato all’inglese nel giardino recintato della sua casa a protezione dalla foresta: perché casa è artificio e geomterizzazione del mondo: Ve ne sarebbe da dire di cose.. su questa casa dal muro di recinto inca del giardino, alla tomba Brion sul retro, all’acqua che l’attraversa, all’esposizione.. ma mi fermo qui con  questo assioma: 
Reidy sta all’Infrastructuring come Burle Marx sta al … Rebuilding Nature!

Check Kits
1. Perché Burle Marx non pianta nei suoi 39 ettari neanche un agrume ?
2. Come si chiama a che santo è dedicata la piccola chiesa benedettina?
3. Perché usa quasi solo davanti alla chiesa il Prato rasato?
4. In che senso è pittore della natura?
5. Esiste una coerenza e quale tra i suoi quadri e il suo giardino?
6. Perché non si può certo dire che la natura faccia tutto, anzi questo parco e l'esatto contrario?

7. Come è esposta la casa? - questo ve lo cercate … non c’è apposta nel mio testo

 raccolta foto : 23 luglio alle ore 1:26

Ohhh Aterro do Flamengo.


1. Troppo importante questa opera di Affonso (Reidy) Roberto (Burle Marx) e Lota (De_Macedo_Soares, una donna)! per farvela sentire tutta insieme. andiamo per gradi. Partiamo da questa foto, per capire. Guardate ... guardate ... c'era il mare ... c'era il mare appena difeso da una insieme di massi l. Se non si capisce che c'era "prima" il mare sfugge la chiave: l'Aterro do Flamengo è Rio nella sua essenza, è una città che infrastttura se stessa misurandosi con la natura.
2. Affonso Reidy diventa ben presto, appena trentenne, il responsabile dell'ufficio del piano di Rio! Capite vero? Le città mica prendono forma con un patteggiamento infinito tra te e mammete. Ci vogliono uomini con idee chiare e un buon volano con il potere. Esempi? Beh facile facile Biagio Rossetti e Ercole I a Ferrara, o Fontana e il piano sistino. Un altro? Ernest May a Francoforte. Più recente? Edmund Bacon a Filadelfia ... ancora? Boighas e Barcellona! Ora Reidy a capo dell'ufficio di piano ovviamente è l'elemento dirimente.
3. Vi ricordate la questione dei nomi... ? Anche qui c'è un fatto, che spiega molto. Il progetto si dovrebbe chiamare "O Parque do Flamengo"... ma invece vox populi emerge questo nome...O "Aterro" do Flamengo. O Aterro invece di parco!! Ma quale parco d'Egitto, a New York cardo decumanica si facciano i "parchi" qui a Rio città del mare della foresta dei
Monti rasati al suolo, non si fanno parchi, si fanno infrastrutture: e si battezza la meraviglia di Affonso e Roberto lo Aterro (il riempimento! Il terrapieno)
4. Mi domandavo.. testiamo lo Aterro do Flamengo di Rio de Janeiro con le cinque categorie sulle infrastrutture e vediamo se funziona.

I. Multitasking (voto 9+)
Pedonalità, carrabilità veloce, collegamenti trasversali pedonali via ponti naturalmente leisure e sport - l'Aterro viene chiuso parzialmente al traffico e invaso dai cittadini la domenica. O Aterro - vedi il nome - è fondamentale anche dal di vista della protezione della urbanizzazione e della mediazione baia-spiaggia-città come grande spugna mutevole .. .. penso al Mose a Venezia e urlo di rabbia e di vergogna (un magistrale esempio di mono tasking ... e negli anni Duemila).

II. Green systems (9+)
Lo volevano chiamare o Parque do Flamengo e quindi questo va sans dire! Tra l'altro con essenze arboree e un disegno paesaggistico mirabile pensato da quel gigante del pronipote di Karl Marx che tutti conosciamo.

III. Information Technology Foam (7+)
Concepita in un momento storico diverso, oggi O Aterro comincia ad essere attivo anche in questo settore. In particolare con delle notevoli postazioni informative, ludiche e socializzanti.. Rileggere "La schiuma che informa " se vi va per capire che cosa può voler dire accoppiate information technology e infrastrutture..

VI. Quality mobility (10 e lode)
Percorrere in macchina, in autobus, in bici, in monopattino - manuale o elettrico - in pattini, a piedi e da solo con cane figli familiari e amici l'Aterro do Flamengo è esperienza in tutti i casi rincuorante, illuminante, bella. Si è a confronto non solo con il più grande babà del mondo (che qui chiamano Pan di zucchero), ma anche con capolavori architettonici assoluti (altro discorso.. ma che per la verità ci sta, dato che intelligenza genera intelligenza e stupidità genera criminalità anche architettonica).

V. Cittadinanza (10 lode e baci accademici ai tre progettisti)
Non solo è una infrastruttura in cui i cittadini di Rio si riconoscono, ma in cui tutti dovremmo riconoscerci, imparare e cercare di emulare: O Aterro! O Aterro: un grido di battaglia, una magica parola segreta.


Monday, July 17, 2017

Esiti Laboratorio IV 2017 Prof. Saggio



Il Laboratorio di progettazione ha lo scopo di coinvolgere gli studenti nella progettazione di un edificio di media complessità inserito in un vuoto urbano della città di Roma. La particolarità del Laboratorio consiste nel rapporto che si instaura tra il programma, l’area di progetto, i previsti occupanti e l’insieme di aspetti teorici e pratici della progettazione architettonica e urbana che vengono affrontati in questo corso. Il programma del progetto ricade nel grande ambito della Mixité. Propone di conseguenza una combinazione di attività diverse organizzate a partire da una forte idea d’uso, una driving force che motiva il progetto e la sua necessità nella città di contemporanea nei termini generali e nell’area di progetto in particolare. Ogni studente sceglierà un’area specifica per il proprio progetto in un Vuoto urbano - “Urban Void” - localizzato nel settore orientale della capitale lungo le aree interessate lungo il tratto urbano terminale della via Prenestina già pre-scelte dalla docenza. In questa area svilupperà il proprio programma in stretto rapporto con la docenza, ma anche con un promoter o cliente virtuale. Il Laboratorio di quest'anno è all'interno del grande progetto UnLost Territories che prende avvio dalla presenza del Maam (museo dell'altro e dell'altrove) in una ex fabbrica occupata lungo la Via Prenestina e che inietta in un territorio periferico pieno di contraddizioni gli enzimi dell'arte come atto di riscatto civico
Programma didattico, pubblicazioni, lezioni con video e altro materiale sono disponibili a questo Link


Qui sotto una selezione di alcuni progetti. Dal nome dello studente si accede al Link con il lavoro completo e tutto il percorso di ricerca compiuto.


Vedi un breve you tube con tutti i progetti e i partecipanti


Federica Feudi, UL65: Lo scarto che prende Forma - Un Processo Creativo che trasforma ogni rifiuto in oggetto di Design, http://federicafeudilabivsaggio.blogspot.it/ 




Guillem Oro, UL36: CIBUS - Centro di sperimentazione culinaria collettiva e scuola gastronomica centrata sullo street food, http://guillemorolabivsaggio.blogspot.it/




Luca Valerio Giordano, UL24: Rack House - Laboratorio attrezzatura da tennis e gaming house, http://lucavaleriogiordanolabivsaggio.blogspot.it/




Marco Lattaro, UL29: Massimo Urbani - La scuola del jazz, http://marcolattarolabivsaggio.blogspot.it/






Matteo Germani, UL56: WHY NOT DOG - Centro sperimentale per la riabilitazione cinofila, http://matteogermanilabivsaggio.blogspot.it 





Pietro Fiori, UL63: StrEatRome - Parco interattivo e didattico per discipline Underground, http://pietrofiori.wordpress.com





Seonghwan Lee, UL26: Grid Utopia, Housing and Center for Art Propagation http://seonghwanleelablvsaggio.blogspot.it/ 


Selezione fotografica a cura di
Alessandra Antonini
Roma 17/7/2017






















Sunday, May 28, 2017

Tevere Cavo - Biennale dello spazio Pubblico

Ascolta l'intervento di Saggio
Biennale dello Spazio Pubblico - Tevere Cavo Roma, 25 maggio 2017 dettagli


Saturday, January 14, 2017

Pantheon e diritto alla cittadinanza

Ho scritto molto in questi giorni sul Pantheon.
Ecco una sintesi.

Pantheon è politikḗ (politica)

Siamo nel mondo della rete, nel mondo della globalizzazione, nel mondo della perequazione e si pensa che per guadagnare il denaro per il mantenimento del Pantheon bisogna vendere il biglietto "proprio li"?
Ma amici cari vi rendete conto!? Tutti sanno che guadagno in un posto e investo in un altro:  si chiama politica, arte della Polis, sarebbe.

............
Il ticket per entrare al Pantheon è provvedimento barbarico e incivile. Lo spazio interno del Pantheon è parte integrante della sequenza degli spazi urbani di Roma. La pianta del Nolli lo mostra, gli abitanti di Roma che potevano vivere una sequenza aperto, semi chiuso, chiuso sino alla dilatazione del grande occhio sgranato a misurarsi col cielo lo sanno bene. E i prossimi?
………………
Pantheon addio. Un altro pezzo dello spossesso degli spazi pubblici e dell'anima di questa città. Ci andavo quando volevo anche solo per leggere la più bella epigrafe mai scritta. A mente:
Qui giace Raffaello, quando lui viveva la natura aveva paura di essere sconfitta, oggi che è morto pare a lei di morire.
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Alcuni spazi urbani creano la cittadinanza di Roma!
A volte il mondo ci fornisce inaspettate conferme! Tomaso Montanari che stimo molto dice che il Pantheon deve rimanere gratuito perché "è scuola di memoria e cittadinanza" Ecco la parola che mi mancava nel cercare di spiegare perché il Pantheon aperto e pubblico, la visita a Raffaello, la sequenza urbana per finalmente capire il cielo deve rimanere libera. Il concetto può essere racchiuso in questa parola: cittadinanza!
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Oggi e domani per ragioni del tutto ovvie per chi segue questi post indosserò questa cravatta! Se mi incontrate e vi va fate così: mettete a formare una circonferenza pollice e indice attorno all'occhio destro. Vuol dire: l'occhio del Pantheon ci fa vedere il cielo! Ma lo potete fare anche da soli! Vi assicuro è magnifico!».
 

Questo il post principale con molti commenti


Saturday, December 17, 2016

Ipotesi sul dottorato di ricerca

Ipotesi sulla bellezza

Ascolta l'intervento di Antonino Saggio al Convegno valori e Bellezza Sapienza Facoltà di architettura


Friday, December 09, 2016

AntoSag/ Appunti di viaggio

AntoSag/ 1. Vento a Tindari
D'accordo Zaira, tanto non dormo. Ok Renzo sono felice che fai vedere i lavori dei tuoi studenti a Tindari. Quando me lo dicevi ti raccontai degli amici della Brigata di mio padre che scendevano giù per quei sentieri. Adesso vi racconto questa foto.
Eccoci qua tutti e tre. Mio padre, il senatore Raffaele Saggio che si era speso moltissimo per mettere quella lapide proprio a Tindari con la poesia "Vento a Tindari", e il Poeta Salvatore Quasimodo. Sotto io a 4 anni con due oggetti fondamentali: il bambolotto Gigetto (chissà perché ero così contento e affezionato a lui) e quella tavoletta. Sapete erano gli anni di Pollock e ci spalmavo plastilina colorata. Mio padre ricordo mi disse "Falla vedere a Quasimodo" e il Poeta certo gentile si chinò sul bimbetto. Siamo a casa nostra in via Magretti a Patti nell'autunno del 1959, i miei familiari e gli amici possono riconoscere l'angolo del tavolo.

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AntoSag/ 2. Il primo strumento

Qualcuno ricordeerà forse la foto in cui mostravo al poeta Quasimodo una mia opera pollockiana. Alcuni giorni fa ho trovato l'antefatto. Eccola: si vede il mio caro zio Giancarlo Guarda, circa 29novenne che mi ha portato dall'America il mio primo strumento. Si tratta di alcune barrette di plastina, un oggetto di una modernità sconvolgente nel 1959. Mi insegna ad aprirlo, siamo a Patti. Si vede bene che ha addsso il suo adorato maglione finlandese, quando andò in pellegrinaggio a trovare Alvar Aalto - ma il maestro era un poco ...alto.. e fu una delusione. La foto è di mia zia Loretta Schaeffer Guarda, anche lei urbanista all'MIT. Uno delle foto pensa sempre ai soggetti ripresi e mai a chi generosamente ci guarda. Ma io vagamente la ricordo mia zia in quel pomeriggio: bella, che ancora non parlava italiano e che ci seguiva con evidentissimo amore.

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Sunday, December 04, 2016

"The Ethno-State would be a safe space for Europeans. It would be ours"




"The Sunday Times" December 4, 2016
Richard Spencer, has found a super right, neo fascist party. They even have an uniform!! Read this terrifying article and you will realize a nightmare becoming true!  

Antonino Saggio, London December 4, 2016

Tuesday, November 15, 2016

Final Review a SCI-ARCH

In queta pagina alcune foto non pubblicate nell'articolo de l'architetto e i link ai post "Real Time" che hanno seguito la review.
Articolo su l'Architetto Ottobre 2015 (sui mobili scaricare l'app Apple, Android)
See the article in Pdf
For credits Just click on the image: Name of student-Name of Advisor


































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