Thursday, December 07, 2017

Iº Simposio del Dottorato di Architettura - Teorie e Progetto


Nei giorni 11, 12 e 13 dicembre 2017, presso la sede della nostra Facoltà di Architettura a Piazza Fontanella Borghese 9, Sede del Dipartimento di Architettura e Progetto, Roma abbiamo organizzato il Iº Simposio del Dottorato di Architettura - Teorie e Progetto.
L’idea è inaugurare il nuovo anno Accademico con una manifestazione «multitasking» che con una mossa cerchi di attivare più processi. Il simposio infatti intende:
far conoscere ai dottorandi del 33 ciclo appena iniziato il dottorato nel suo complesso e mettere a contatto dottorandi nuovi con i dottorandi del secondo o terzo anno;

illustrare un prodotto rappresentativo elaborato nel Dottorato e in particolare:
  • - una dissertazione dottorale recente che abbia ottenuto il massimo della valutazione dalla commissione nazionale
  • - un workshop significativo dell’ultimo anno
  • - un libro prodotto negli ultimi mesi nel dottorato commentato anche da interlocutori esterni

estendere lo sguardo del Dottorato con tre key note lecture di taglio diverso
  • - sugli esiti costruiti che hanno ottenuto grande visibilità di Michele Molè di studio Nemesi
  • - sulla ricerca e la sperimentazione di Francesco Lipari di OFL Architecture
  • - sulla innovatività della ricerca e dell'insegnamento di Antonino Di Raimo dell’Università di Portsmouth

4º creare un momento di dibattito a conclusione di ciascuna giornata che tratti di alcuni dei temi presentati e li rilanci con il supporto dei docenti, dei dottorandi e degli altri intervenuti con tavole rotonde su
  • - ricerca e didattica
  • - professionalità della ricerca 
  • - ricerca e futuro nel mondo del lavoro

Dottorato di Architettura - Teorie e Progetto
«Sapienza» Università di Roma Facoltà di Architettura - Dipartimento di Architettura e Progetto
Piazza Fontanella Borghese 9 - Roma
11, 12, 13 Dicembre 2017 ore 9:15/18:30



Friday, December 01, 2017

Cosa salviamo del Novecento? Intervento di Saggio al Simposio sul tema indetto dall'Istituto Quasar, Roma 30 novembre 2017.

Ascolta 12 m

Sunday, October 08, 2017

Linee di ricerca.Temi e ricerche del Dottorato in Architettura - Teorie e Progetto 1986-2017

"Linee di ricerca: Temi e ricerche del Dottorato in Architettura - Teorie e Progetto 1986-2017" a cura di Fiamma Ficcadenti, Selenia Marinelli





Si tratta della pubblicazione del lavoro dell'ultimo seminario tenuto nel corso di Dottorato di cui sono docente dal 2003, Coordinatore dal 2011 presso "Sapienza" Facoltà di Architettura, Dipartimento di Architettura e Progetto e che io stesso ho frequentato dal 1986 al 1989.

Dopo trent'anni di vita di questo dottorato e più di duecento dissertazioni prodotte era il caso di fare il punto su questo lavoro e allo stesso essere sicuri che fosse disponibile uno strumento che rendesse partecipe la comunità universitaria i temi affrontati nel dottorato di Composizione (come si chiamava una volta) a "Sapienza".

Ho organizzato il lavoro in una prima fase invitando i dottorandi ad esaminare tutte le dissertazioni prodotte e conservate nella nostra Biblioteca di Via Flamina, che ringrazio molto per la disponibilità. I dottorandi nell'analizzare le dissertazioni dovevano raggrupparle per macro argomenti che consentissero una più agevole ricerca  basata sui contenuti e gli argomenti piuttosto che su una impostazione per ciclo di appartenenza. Questo grande lavoro di tematizzazione è ora in una trentina di pagina alla fine del volume. Questa parte costituisce il motore del libro. Lo stesso elenco con il link alla versione informatica di quelle prodotte dal 2011 lo troverete nel libro come il titolo, il nome di tutti i dottorandi i cicli l'argomento, il nome del tutor.

Sulla base di questo lavoro ho chiesto  successivamente ad ogni dottorando di scegliere due tesi che "sentissero  vicine" per tematiche ed affinità con la propria ricerca anche se ancora in nuce. La scelta doveva essere compiuta indipendentemente se la tesi fosse scritta da  25 o più anni e l'autore fosse oggi un professore o redatta da poco tempo da un coetaneo.

Di ciascuna dissertazione si doveva redigere una rilettura critica che fornisse da una parte un compendio dei contenuti originali, dall'altro una apertura a nuovi temi ("Linee di ricerca" da cui il titolo del seminario e poi del libro ). Inoltre in molti casi il nuovo dottorando intervista l'autore della dissertazione  per instaurare un rapporto, riflettere insieme, elaborare nuovi aspetti di indagine. Sonp pagine molto interessanti nel volume.

Oltre alla mia prefazione e all'introduzione  delle curatrici gli scritti sono a firma di  Francesca Bozza, Francesco Camilli, Giulia Cervini, Matteo D’Emilio, Andrea De Sanctis, Martina Fiorentini, Roberta Gironi, Kernar Gjokeja, Ardit Lila, Deborah Navarra,  Valerio Perna, Maria Pia Ponti, Gabriele Stancato Cheng Son,  Lea Stazi  ed esaminano in dettaglio le dissertazioni di:

Irene De Simone, Progettare l’accessibilità urbana, modelli e strategie per la trasformazione della città contemporanea, Roma, 2015

Daniela Salvi, Carattere relazionale dell’architettura nell’esperienza percettiva e creativa, Roma, 2006

Luca Incerti, Dutch Defrag Design – strategie di deframmentazione metropolitana nella network city olandese, Roma, 2013

Michela Ëkstrom, Crisi della strada come spazio pubblico e prospettive di rilancio per la città contemporanea, Roma, 2015

Luigi Franciosini, Tipo e Carattere. Tipicità ed individualità nell’architettura, Roma, 1992

Riccardo D’Aquino, La lunga durata, Roma, 1995

 Laura Calderoni, L’altra città. Lo spazio pubblico contemporaneo: pratiche di rigenerazione, Roma, 2016

Maria Clara Ghia, Prescrivere_Liberare. L’ethos del progetto architettonico, Roma, 2008

Valeria Sansoni, Trasparenza del nuovo e alterità concorde. Individuazione di principi teo- rico-metodologici nel progetto sull’esistente a partire dall’analisi di due autori italiani a confronto, Roma, 2013

Alessia Maggio, Architettura aperta alla trasformazione. Il progetto disponibile alle modifi- cazioni, Roma, 2010

Paola Gregory, La dimensione paesaggistica dell’architettura nel progetto contemporaneo, Laterza, Roma, 1998

Valeria Sassanelli, Forme del suolo e calligrafie architettoniche, Roma, 2007

Daniela Maurizi, Uso riuso abuso. Casi di disobbedienza estetica. Ecologia del progetto e libertà, Roma, 2003

Rosetta Angelini, La necessità di un approccio sistemico per il progetto urbano e di architettura. Contesto teorico, esempi virtuosi e strumenti cognitivi, Roma, 2016

Leila Bochicchio, Meg(a)polis / Lagos, Roma, 2015

Filippo De Dominicis, Intorno al Sahara. Topografie resistenti tra architettura, deserto e città, Roma, 2011

Antonino Saggio, Progettare la residenza, Roma 1990 Ristampata da Lulu.com, Raleigh 2013

Baires Raffaelli, Semantica e tipologia della forma nell’architettura contemporanea, nuova edizione a stampa The fast guide to Architectural Form, BisPublishers, Amsterdam 2016

Alessandra Capuano, Iconologia della facciata nell’Architettura Italiana, La ricerca teo- rico-compositiva dal trattato di Vitruvio alla manualistica razionale, Gangemi, Roma, 1995

Orazio Carpenzano, Idea immagine architettura, Tecniche di invenzione architettonica e composizione, Gangemi, Roma, 1993

Antonino Di Raimo, Il corpo come strumento del progetto architettonico contemporaneo - Verso un’architettura come sistema vivente, Roma, 2010

Valentina Garramone, Studio dell’Empatia in Architettura, Roma, 2013

Maria Veltcheva, La Nozione di Spazio Pubblico nei nuovi spazi collettivi in Europa, Francia, Italia, Germania, Roma, 2005

Alessia Guerrieri, L’infra-struttura del vuoto. Interpretazioni, usi e figurazioni degli spazi vuoti della città contemporanee, Roma, 2015

Francesco Garofalo, L’abaco semplificato delle regole e il confronto con la realtà dell’architettura. Gli scritti e i progetti teorici di Adalberto Libera, Roma, 1989

Paolo Rodorigo, I media di nuova generazione nel formarsi del progetto architettonico. Cittadinanze attivate dai media digitali, Roma, 2010

Sergio Innamorati, Oltre la visione. Sensi e percorso nel progetto di architettura, Roma, 2000

Domenico Ferrara, Tom Kundig e l’architettura dei gizmos. In_tensioni progettuali tra civiltà e natura, Roma, 2016

Marta Gallo, Shanghai One city Nine Towns - La Città di Fondazione nelle Trasformazioni Metropolitane della Cina Contemporanea, Roma, 2014

Adelaide Di Michele, Case Isolate. Spazi privati interattivi per cyborg metropolitani, Roma, 2000

Francesco De Luca, Modelli architettonici - dagli strumenti della progettazione alla progettazione degli strumenti. Il modello come strumento progettuale in ambito digitale informatico, Roma, 2003

 Roberta Maria Causarano, Sviluppi del pensiero sistemico nell’architettura contemporanea. Il principio di organizzazione/autoorganizzazione nel processo progettuale, Roma, 2013

Marina Macera, Il progetto del margine della città contemporanea – figure, declinazioni, scenari, Roma, 2013

Federica Tegolini, Progetto del suolo. La trasparenza delle linee di terra nella città contemporanea, Roma, 2000 
Down load in cartaceo e digitale in free download per alcuni giorni

Luigi Guarda e ragazzi del '99

Non l'ho letto tutto l'inserto di "La Repubblica" del 6 Ottobre dedicato entusiasticamente all'azione di Rommel - allora tenente tedesco - che con tecniche di movimento e di guerriglia fu l'artefice della nostra terribile sconfitta di Caporetto nel 1917. Ho capito, ricorre l'anniversario e "La Repubblica" decide di vederla "dalla parte del nemico"! E le voilà, pure questa ci voleva. Visto che a nessuno sfugge che fare storia è anche fare politica, io avrei voluto invece leggere un inserto su Giuseppe Garibaldi e i cacciatori delle Alpi! (Manco lontanamente ricordato nell'inserto anche se a me forse per la rabbia mi è subito venuto in mente). Garibaldi nel 1859 crea un corpo di volontari e guerreggia con soli 3500 uomini mettendo in scacco e battendo ripetutamente gli austriaci. Como è l'epicentro. Farà lo stesso in Trentino nel 1866 (ricordate il famoso "Obbedisco"?) A me personalmente avrebbe dato un poco più di voglia di vivere pensare a quei volontari e a quella intelligenza anche militare che a quella di Rommel. Per non parlare della incredibile capacità che anche nella catastrofica disfatta gli italiani sono riusciti a mettere in campo attestandosi sul Fiume ! e l'anno successivo contrattaccando e distruggendo loro gli austroungarici. Fu possibile perché si chiamarono alle armi i ragazzi minorenni nati nel 1899. Tra questi vi era mio nonno: Luigi Guarda (1899-1970) e io sono qui da solo a celebrarne la memoria.


Saturday, October 07, 2017

Plagio di Luigi Prestinenza Puglisi

Luigi Prestinenza Puglisi pubblica nel  2017 un libro che si intitola "Hyperarchitettura Spazi dell'età dell 'elettronica" con l’editore on demand Lulu che ha lo stesso titolo di un libro apparso nella sezione “La Rivoluzione Informatica” a cura di Antonino Saggio nel 1998 (1). Questo nuovo libro contiene un plagio che dopo un pubblico post di denuncia (2) è stato rimosso con un post di motteggio  dal titolo “Plagio!!, Plagio!! Plagio!!” (3), con scuse risibili e nuove menzogne. 

Il libro di Prestinenza continua ancora oggi ad essere inaccettabile, lesivo e scorretto perché conserva il titolo originale per pure ragioni commerciali e mercantili (4) in un prodotto completamente diverso.   Questo aspetto, oltre al plagio, rivela in pieno il livello culturale, scientifico e umano del suo autore.


Note


  1. Editore Testo&immagine, Torino 1998  collana Universale di Architettura diretta da Bruno Zevi, sezione La Rivoluzione Informatica a cura  di Antonino Saggio 
  2. AS post del 3 ottobre 2017 con dettagliata denunzia e dimostrazione del plagio
  3. LPP post del 5 ottobre. La principale menzogna è quella di dichiarare di essersi accorto lui stesso del plagio, mentre si trattava di una precipitosa difesa al pubblico post di accusa. A questo post AS risponde con un post 5 ottobre 2017
  4. Prestinenza senza alcuna richiesta a Saggio e senza indicarlo con evidenza ai nuovi lettori ha tolto dalla copertina e (e dall’interno) la dicitura la ”La Rivoluzione Informatica”  e “Sezione a cura di Antonino Saggio”,   ha sostituito la Postfazione di Saggio di sei pagine che ne era parte integrante e che dava ul titolo al volume con una propria  e ha scritto una nuova Introduzione che sminuisce il ruolo  culturale ed editoriale di Saggio. 

Copertina  del volume del 1998

Saturday, September 23, 2017

Paolo Meluzzi e il dibattito low rise – high density.

Inaugurata la mostra  "Paolo Meluzzi e il dibattito low rise – high density (1960-2000)" venerdì 22 settembre 2017 alle ore 18.30, Galleria Embrice Roma - Via delle Sette Chiese, 78 Tel. 06. 64521396. Importante l'iniziativa di Carlo Severati e riuscito il catalogo a cura di Stefania Bedoni. Ecco il mio testo:

 Paolo Meluzzi. Fratello maggiore: allegro, competente, disponibile.

Con gioia aderisco all’invito di Carlo Severati a scrivere su Paolo Meluzzi cui ero legato da profonda amicizia e rispetto.
Sono grato a Carlo e alla Galleria Embrice di questa iniziativa: santa e benedetta. Luigi, con cui ho condiviso tanto “Paolo” so che ha scritto sui nostri anni universitari e non vorrei ripetermi. Paolo è stato molto importante per noi, attenuava alcune rigidità di Carlo Melograni. Ricordo che in quel 1979 il prof. Melograni non aveva ancora sdoganato Ralph Erskine per esempio. Noi provavano nella nostra tesi di laurea a fare un piccolo Byker wall - un muro ondeggiante in pianta e alzato - per contenere il tessuto basso e compatto con cui proponevamo un cuci e scuci per operare nel tessuto esistente delle Casette Pater, la borgata storica di Acilia. Il nostro Byker wall fu clamorosamente bocciato, come una casa bassa con un patio tagliato in diagonale, ma questa casa mi ostinai a disegnare lo stesso e presentare “comunque" nella tesi. Se Carlo Melograni era evidentemente il relatore della nostra tesi, Paolo, come correlatore, attenuava, reindirizzava, riapriva le questioni. Ricordo sempre quando ci disse qualcosa come “Luigi e Nino il progetto deve essere allegro!”. E Paolo era una persona sostanzialmente allegra senza mai essere né ridanciano, né battutista: ma si divertiva con noi, che eravamo evidentemente dei personaggetti bizzarri, che entravamo a volte in assurde paranoie giovanili, che avevamo ragazze belle e affascinanti, in primis Donatella, ma non solo. Fu con Stefania Bedoni sua moglie e assistente di me e Luigi all’inizio della nostra attività e di cui entrambi eravamo studenti, il nostro “testimone” virtuale quando con Donatella ci sposammo il giorno prima di partire per l’America. E tante e tante volte stavamo a studio con lui, prima a Piazzale Belle Arti, poi a Via di Ripetta e molte volte anche nella spettacolare casa, lì sulla rupe del Borghetto Flaminio disegnata da Enrico Mandolesi ma da lui e da Stefania resa semplicemente meravigliosa. Dello studio poi avevamo le chiavi, un privilegio non da poco se ci si pensa, e io lo usavo parecchio. Vi era dunque un profondo rapporto personale. Finita la tesi Paolo invitò Luigi e me a collaborare a ben tre progetti di case in cooperativa. Ci lavorammo dal gennaio del 1980 al luglio (e ci pagò pure di sua sponte). Si trattava di tre interventi per lo Iacal (Istituto autonomo cooperative laziali diretto da un suo caro amico) che dovevano essere realizzati all’interno delle normative del nuovo Piano decennale, si chiamava cosi?, che creava standard vincolanti. Le camere doppie dovevano essere di 14 mq, le singole di 9 ci doveva essere una superficie massima per numero di abitanti previsti eccetera. Se non si aderiva a questi standard, non vi poteva avere nessun finanziamento pubblico. Noi freschi di laurea sul tema residenziale - e piccoli specialisti in erba - ci buttammo a pesce nell’esperienza concreta. Se devo dire con franchezza, non credo veramente che il mio contributo sia stato un granché. Ho appreso 98 e forse, dico forse, contribuito 2.


Ciò non dimeno Paolo ci citò come collaboratori nella pubblicazione dei progetti. Tanto per dire chi era Paolo: una persona generosa dentro. I progetti dunque erano sostanzialmente tutta farina del suo sacco, li potete andare a vedere i progetti se volete. Quello a Tolfa, paese che conoscevo bene perché la mia fidanzata degli anni giovanili aveva una casa nella parte antica del paese, si sviluppava su una strada interna che aveva residenze ai due lati. La sezione del progetto era molto articolata con parcheggi da una parte e una sorta di percorso pensile che serviva le case più a monte. Lo chiamavano così, “Percorso Pensile”, perché era il titolo di un numero monografico a cura di Carlo Melograni e dell’intera squadra della sua cattedra (“Edilizia Popolare” n. 140), oltre a Paolo, Marta Calzolaretti, Andrea Vidotto, Piero Ostilio Rossi e Ranieri Valli che stavano formando in quegli anni lo studio P+R associati. Tornando ai 34 alloggi a Tolfa ricordo quando Paolo disegnò due case di testata molto belle e armoniose. Vedere Paolo lavorare era bello per noi: introiettavamo naturalmente dei metodi, dei pensieri, degli strumenti. Dico spesso nel lavoro che faccio ogni giorno che non esiste niente come la bottega, certe cose non si insegnano né si imparano… si inalano, come mi disse Zevi una volta.

Dopo queste case, Paolo disegnò, sempre con me e Luigi come piccoli assistenti, delle case in cooperativa a Cerveteri. Erano molto belle ed interessanti. Di nuovo un percorso pensile di un blocco compatto a zig zag da cui si scendeva a delle case o si saliva. Era un interessante combinazione di case servite in linea e di case servite a schiera (in questo caso a percorso pensile). Nel frattempo uscì anche il numero, “Case basse ad alta densità” (“Edilizia Popolare” n. 157) in cui - incredibile ma vero! - vi era pubblicata la tesi di Luigi e mia (meno male che avevamo tolto il muro alla Byker): un onore stratosferico per noi, di cui vissi di rendita per alcuni anni. Comunque le case di Cerveteri avevano tante cose interessanti e secondo me costituiscono forse il capolavoro di Paolo. Innanzitutto proponevano un eccezionale sfruttamento dell’area disponibile che era conformata con un particolare lotto trapezoidale. Non si sa come riuscì armoniosamente ad inserire 16 alloggi di 85 metri quadri per cinque persone ciascuno. Lo schema distributivo era brillante, intelligente, efficientissimo. Il cuore era costituito dal percorso pensile che procedeva scattando in pianta per seguire i confini dell’area di edificabilità, ma il cui andamento si rivelava bello per evitare monotonie e allineamenti da caserma. Il piano del percorso pensile copriva i parcheggi sottostanti che creavano una bella zona d’ombra che sollevava l’edificio dal suolo. Dal percorso pensile venivano serviti otto appartamenti “a piani sfalsati”. Si trattava di un’altra novità, raramente usata in italia: cioè dalla quota del percorso pensile si saliva o si scendeva di mezzo piano. La cucina-pranzo era alla stessa quota del percorso, ma con una rampa sola di scale si “scendeva” al soggiorno con giardino e con una sola rampa si “saliva” alle camere da letto. Sapientemente incastrate ogni due alloggi lungo il percorso, vi era una scala cui si saliva per accedere ad un’altra coppia di alloggi, di nuovo a piani sfalsati, sovrapposti ai precedenti e quasi identici ma che invece del giardino avevano un’ampia terrazza. Ammazza quanto era bravo Paolo! Una delle cinque persone richieste dallo standard era alloggiata nella famosa camera “jolly”, cioè uno studio di 9 metri quadri, aperto sul soggiorno ma richiudibile e assimilabile per legge a una camera singola. Un vero trucco, che risolveva venti cose contemporaneamente. I prospetti erano portati a casa da Paolo con mano sicura, accoppiando le finestre per fargli avere un ritmo compatto, inserendo begli episodi plastici con le scale al percorso pensile nelle due testate, con un uso sobrio ma efficace di blocchetti di tufo e con i marcapiani e e architravi in cemento a faccia vista. L’ultimo intervento si realizzò con 57 alloggi a Ladispoli inserite in un edifico con altezza variabile dai sei ai quattro piani (con ottimi appartamenti serviti in linea) e in un edificio a due piani con delle case a patio interessanti. Ma Cerveteri è imbattibile. Ci sono affezionato solo io? No! Fatemi vedere un sistema residenziale migliore realizzato in Italia in quegli anni e vi regalo il mio libro su Sauer.

Eh si, perché dopo questi lavori e dopo il coinvolgimento di me e Luigi in una ricerca universitaria di Carlo Melograni e Marta cui lavorammo con una passione infinita (e su cui entrambi e anche altri amici e amiche attinsero e noi vi vincemmo due concorsi), dopo la partecipazione con alcuni contributi questa volta originali ai due concorsi per una piazza a Genzano (con Donatella Orazi e Stefania Bedoni) e per Piazza dei Mulini (con l’intera squadra culturale del prof. Melograni e che aveva come capogruppo Ranieri Valli) ebbene dopo tutto queste cose stava cominciando la fase in cui io davo “indietro” un contributo a Paolo e al filone culturale su cui mi ero formato. Partii per l’America nel 1983, sostenuto da una borsa Fulbright, per lavorare, studiare e insegnare con Louis Sauer, In poco tempo (e molte nevrosi di crescita) compii un balzo prodigioso. Avevo capito nel corpo vivo del “development process" come si lavorava concretamente nel Low rise - High density a contatto giornaliero con Louis Sauer, cioè il più bravo al mondo. A voglia d’inalare!. Assorbii tutto come studente, come assistente, come giovane docente, come ricercatore, come progettista. Tornato ancora dottorando del primo anno, Paola Coppola decise di dedicare il secondo libro della collana ufficiale del nostro Dipartimento di Architettura e Progetto appena iniziata con un libro di Luigi Gazzola (Architettura e tipologia, Officina 1987) al mio lavoro su Sauer e le case basse (Louis Sauer un architetto americano, Officina 1988). Questo libro rappresentava un insieme fantasmagorico di esempi nella città costruita che faceva compiere al filone di Melograni e di Paolo, un vero e proprio salto per invenzione distributiva, per forza realizzativa, per sapienza di inserimento nella città costruita: insomma era un contributo. Paolo mi invitò tante volte a parlarne e ci sono architetti oggi cinquantenni che non sanno niente di me.. ma che si ricordano la mia lezione su Sauer, oppure il mio libro. immagino Paolo, immedesimandomi ormai in lui visto che ho ora circa la stessa età di quando Paolo cosi presto è scomparso, immagino Paolo guardarmi di sottecchi facendo forse un poco di fatica a far combaciare le due immagini: quella di me ragazzo e fratello piccolo e divertente e quello di me adulto e autonomo. Ma è la vita. Io a Paolo ho voluto molto bene, lo ricordo con affetto ed era veramente un dedicato docente e un ottimo architetto: ce ne fossero. Antonino Saggio pp. 17-20 in "Paolo Meluzzi e il dibattito internazionale Low rise - high density" a cura di Stefania Bedoni, testi di Carlo Severati, Ranieri Valli, Luigi Prestinenza Puglisi, Antonino Saggio Embrice 2030, Ermes edizioni scientifiche Roma 2017 Isbn 9788869751745

Foto e commenti in questa pagina FB

Wednesday, August 09, 2017

Rio de Janeiro 2017 o dell'nfrastructuring

In questo post riunisco alcune osservazioni e note che riguardano la città di Rio de Janeiro e la sua architettura e urbanistica. I link sono a facebook dove risiede il testo  originario, molte altre foto e diversi commenti..



indice

Affonso Reidy La città e il ruolo srutturante dell'architettura

- I trucchi di Copacabana o dell'Infrastructuring

Sulla foresta tropicale e il grande Parco in cui Rio si insedia

- Sulla luce magica della Facoltà di Architettura di Moreira

Burle Marx: pittore in primis, come Leonardo (indi architetto, urbanista, paesaggista, scienziato, botanico)

Ohhh Aterro do Flamengo.






Pedregulho! (Che meravigliosa parola segreta)
Questa mattina ho nella testa e nel cuore Affonso Reidy! Che architetto meraviglioso Affonso e questa sua morte prematura cinquantenne appena. Vorrei farvi sentire il suo Pedregulho del 1947. Per la verità sono senza parole per l'intelligenza, la sensibilità, la meraviglia. È una delle architetture più emozionanti che abbia mai visto. Mi piacerebbe molto fare capire a chi non è architetto il perché. La prima cosa che vorrei far capire è questa: Reidy capisce sin dentro le sue fibre più interne che a Rio architettura è infrastructuring, l'architettura si fa primariamente come infrastrutturazione umana che si misura e vive con l'ambiente naturale.*
Molte altre cose sono importanti, molto importanti, ma sempre la chiave è decisiva, e la chiave è l'infrastructuring.
Questo l'assiona di conseguenza: se la stessa città di Rio è una grande prova di infrastrutturazione (una città che si innesta in una foresta tropicale in una baia granitica popolata da enormi babà) allora anche l'architettura di questo DNA deve far parte: Pedregulho!

* Naturalmente è un seme gettato da LC quando nel 1929 dopo giorni di angoscioso silenzio creativo cominciò a produrre i suoi famosi disegni per Rio... ma è Reidy che lo esalta ...

Link FB: 11 h


Pensare che il lungomare di Copacabana sia un fatto "naturale" è un errore macroscopico! Il mare a Copacabana è infrastrutturato, "diventa" parte del sistema della città in una maniera entusiasmante. Almeno otto sistemi paralleli creano la transizione mare città: sono un insieme congiunto di infrastrutturazione lineare e di porosità trasversale.
In sequenza sono:
A. Mare
B. Spiaggia per il sole
B1. Spiaggia per minuscoli servizi (sdraio in affitto)
B2. Spiaggia di sport attrezzati (campi per calcio, pallavolo e altro)
C. Lungomare con chioschi (i chioschi sono elementi puntuali che non chiudono mai la vista! Ed hanno servizi .. deposito, bagni magazzini ... interrati vedi sequenza di foto .. sotterranea mi ci sono infilato a mio rischio e pericolo)
C1. Il Percorso pedonale maiolicato (famosissimo)
C2. Una doppia fascia per correre e andare in bicicletta
D. Il sistema carrabile composto da due fasce di tre carreggiate ciascuna!
D1. Una fascia di servizio tra le due carrabili in genere vuota e con vegetazione ma a volte con dei piccoli benzinai con una elegante modo di entrare e uscire.
Naturalmente il tutto funziona attarverso dei "Trucchi" meravigliosi e giganteschi.
Trucco 1: le sei corsie carrabili sono - a volte - ....... ad un unico senso di marcia. Si avete capito bene! sei corsie tutte che procedono nella stessa direzione. Questo trucco è semplicemente incredibile!!! a chi sarebbe venuto in mente.. perché la cosa logica sarebbe stata tre corsie in un verso e tre in quello opposto, invece no! Tutte in un verso! Questo crea la "magia" della circolazione, l'estetica della circolazione e del flusso!. Ho scoperto poi che il sistema muta continuamente ... per esempio la domenica ne riangono solo tre carrabili e tre si fanno al
Lazier .. in altri giorni della settimana c'è una circolazione nei due versi... insomma una infrastruttura adattiva.
Trucco 2: il disegno della pavimentazione arci nota di Burle Mark. ora uno che non capisce dice "ah si ecco questo è il Brasile.. l'onda..." E' il contrario: è Burle Marx che dalle mille suggestioni del Brasile che è un continente di per sé e che di motivi ne ha miglia ne estrae "uno" e lo fa diventare emblema simbolo anzi meglio paesaggio! (ricordate la mia definizione .. "paesaggio è la rappresentazione estetica, condivisa collettivamente e culturalmente, ma in costante evoluzione, di una parte del mondo."). In altre parole con quel disegno sui marciapiedi di Copacabana e Ipanema Burle Marx "crea" una nozione condivisa collettivamente e determina la nostra idea di "paesaggio" brasiliano. Fa marchio, immagine, cittadinanza.. qualcosa di enorme. Il disegno di Burle Marx è il catalizzatore di questa infrastruttura!
Trucco 3: il disegno dei marciapiedi non si fermano al lungo mare ma entrano e penetrano nella città raccordandola visivamente ed emotivamente al mare. Insomma pur nella secchezza del trapasso tra un "eco sistema ed un altro" (quello della città compatta da una parte e quello del lungo mare dall'altro), la continuità del disegno di Burle Marx media e insinuandosi raccorda.
Trucco 4. Il fronte urbano è denso e continua. La citta si presenta con un fronte. Sono bandidi quelgi orribili effetti gradonati. Sempre fronti copatti circa di quindi media di altezza. un sistema mare e lungomare si confronta con la città in una bellissima dialettica tra disevrsi
Trucco 5: poi ci sono tanti micro trucchi. a. I chioschi hanno il piano interrato cosi si lascia la permeabilità e sono puntuali: Lasciano il fronte mare aperto (insomma l'opposto dello stabilimento, tipo Ostia e dintorni per intenderci che cementificano e chiudono il fronte mare). b. Le porte di calcio vedi foto sono doppie) ed oltre a somilgliare ad un Sol le Witt massimizzano l'uso. c. La spiaggia ha dei percorsi di avvicinamento al mare che invece di essere stupidamente mattonati sono semplicemente bagnati (cosi non si solleva polvere inutulimente! un trucco ciclopico!). Il tutto vedi foto alimentari fai chioschi con piccole pozzi a motore autonomi! Io sono andato da Juhlio d. eccetera eccetera.
Trucco 6. I sistemi interattivi belli e funzionanti che convivono con la tecnologia più povera..tipo castelli di sabbia, venditori di pannocchie e similari... vedi foto dei riparatori!!


Post Principale 


La città del parco

Credo che per capire Rio de Janeiro bisogna invertire i termini della questione: non bisogna pensare ad una città, bisogna pensare ad una foresta che si arrampica attorno a dei grandi panettoni di granito. Sono sette o otto questi panettoni con le foreste atlantiche attorno (se vedete la foto aerea della Baia di Guanabara localizzate i picchi e le foreste con il verde intenso). La città conquista la propria area prosciugando, rasando al suolo i morri (colli) e con grandissime opere infrastrutturali (i lungomare di cui abbiamo parlato, i grandi ponti viadotto, il magnifico Sterro do Flamenco eccetera). I più poveri vivono nelle favela e si arrampicano sui panettoni, vivono e mangiano la foresta che è il loro habitat. Tutti i cittadini di Rio non solo vanno in spiaggia o nelle altre enormi aree attrezzate, ma brulicano come formichine in infiniti trahlia (percorsi/trail) arrampicandosi in tutti i modi su e giù per i panettoni di granito. Il grande sistema naturalistico è effettivamente e legislativamente un grande parco e Rio l 'unica metropoli che vive "insieme al parco, insieme alla foresta". Ecco forse se si vede così, si comincia a sentire questa meravigliosa città! Grazie a Sara Gagliarini che mi ha portato oggi in giro e che mi ha aiutato a guardare.
30 luglio alle ore 23:08  e sul Babà 8 h

Sulla Casa di Niemeyer in un grande canyon di Rio





Cominciamo la visita della Casa das canoes - la villa di Oscar Niemeyer nella foresta di Rio de Janeiro da Antonia. Custode domestica della casa dal 1963, figura storica. La casa è un "tipo" è una idea specifica di casa, è un archetipo di casa ecco perché è un crocevia indispensabile.
La seconda foto ve la colloca, perché la casa, come Falling water o la casetta a Murstalo di Aalto non sono nel
Luogo ma sono "il" luogo, sono "del" luogo ce lo fanno capire lo interpretano trasformano la natura in una idea di forma!

La terza casa riflette su tutte le altre case del mondo, a partire dalle "correnti d'aria" neo plastiche. Si noti l'effetto grotta e buia, esaltato proprio nel pertugio quadrato verso la luce!
Quarta foto: la casa vive di una serie di dualità che naturalmente qui a Rio diventano una sorta di danza yeng-yang troppo ovviamente allusiva. Il fronte monte e quello mare, l'acqua e la terrazza e soprattutto la zona giorno "emersa" e la parte notte "sommersa". In particolare la sequenza della discesa nell'area dell'eros è punteggiata di episodi ... .


Sulla luce magica della Facoltà di Architettura di Moreira




Siamo qui in questa splendida Facoltà di architettura disegnata - insieme a tutto il campus (che è grande all'incirca come Livorno) da Jorge Moreira un grande architetto. Non vi dico l'emozione di vivere la spazialità libera dinamica geometrica e funzionale dell'architettura - come la chiamava Le Corbusier - "moderna". Perché questo per loro voleva dire moderno.. arioso, fluido, dinamico, funzionale... bello!


Link: 29 luglio




Burle Marx è uno dei più grandi testimonial della mia definizione di paesaggio: “Paesaggio è la rappresentazione estetica, condivisa collettivamente e culturalmente, ma in costante evoluzione, di una parte del mondo." (su “Introduzione alla rivoluzione informatica in architettura” Carocci 2007). 
Nel libro spiego che siccome paesaggio è rappresentazione estetica, la chiave è la pittura. 

Ora la prima cosa per capire Burle Marx è appunto la pittura. Burle Marx - semplicemente - “dipinge con le piante”. A questa vegetazione dà il gusto oscillante della sua pittura (una sorta di Matisse braqueizzato, un poco geometrizzato, ma sempre fluido). A questo punto le diverse essenze tropicali nelle sue mani diventano tante zone cromatiche, tante zone a contrasto o a contatto uno con l’altra. Insomma per capirsi facile facile, senza Gauguin niente Burle Marx! E senza Burle Marx niente “paesaggio” del Brasile. Perché è Burle Marx che crea (che inventa.. quasi vorremmo dire) il paesaggio del Brasile estrapolando dai mille motivi di questo continente alcun motivi.. che siccome sono valori di immagine, poi diventano “condivisi collettivamente”.. creano quello che è il nostro paesaggio del Brasile a cominciare dalla onda di Copacabana…

La controprova è un dettaglio apparente insignificante, ma che di questo ragionamento è la prova del nove. Chiedo alla guida, che è un giovane studioso di botanica e super esperto di Burle Marx: “Mi scusi ma perché non ci sono agrumi qui?” (stavo visitando i 40 ettari del Situ di Burle Marx un semplicemente meraviglioso parco che  disegna e cura con la sua casa studio). La risposta è: ”Perché non gli piacciono”.

Mai risposta fu più esatta! Non gli piacciono, capite.. non gli piacciono capite.. non gli piacciono gli agrumi!.
Ora cerchiamo di capire. Vedete chi conosce i paesi arabi e il giardino arabo sa che cosa vuol dire agrume. Vuol dire:  “simbolo di un ciclopico sforzo dell’uomo di vincere il deserto” di irreggimentare le gocce di acqua dalle montagne in canali sotterranei per arrivare in giardini recintati come una sorta di oasi artificiali dove solo può sopravvivere il miracolo del verde.  È tutto artificiale e l’agrume è il simbolo di questa artificalità.

Ora Burle ha una altra tavolozza, ha un altro mondo, ha una altra espressione. E’ quello della foresta tropicale che  è l’esatto contrario del deserto. Ecco perché nel suo paesaggio (che è ovviamente mentale) non c’è manco un agrume!

Ancora una riprova. Uno pensa ma Burle Marx che gioca con questa tavolozza vivida ed equatoriale in questa sorta di quadro vivente “astratto”, in questa sorta di Brasile creolizzata alla Gauguin, in questa infiorata contemporanea  e astratta, non usi mai mai l’artificiale?. Risposta, si invece lo usa. E quando e perché? Lo usa quando deve dare una enfasi particolare.  In un caso per esempio all’ultimo terrapieno prima di arrivare alla chiesetta di sant’Antonio, crea un prato rasato! In questo prato rasato dispiega anche  la nascita dell’architettura.. lo fa ovviamente come una stele-totem e poi di nuovo usa un piccolo pezzo di prato all’inglese nel giardino recintato della sua casa a protezione dalla foresta: perché casa è artificio e geomterizzazione del mondo: Ve ne sarebbe da dire di cose.. su questa casa dal muro di recinto inca del giardino, alla tomba Brion sul retro, all’acqua che l’attraversa, all’esposizione.. ma mi fermo qui con  questo assioma: 
Reidy sta all’Infrastructuring come Burle Marx sta al … Rebuilding Nature!

Check Kits
1. Perché Burle Marx non pianta nei suoi 39 ettari neanche un agrume ?
2. Come si chiama a che santo è dedicata la piccola chiesa benedettina?
3. Perché usa quasi solo davanti alla chiesa il Prato rasato?
4. In che senso è pittore della natura?
5. Esiste una coerenza e quale tra i suoi quadri e il suo giardino?
6. Perché non si può certo dire che la natura faccia tutto, anzi questo parco e l'esatto contrario?

7. Come è esposta la casa? - questo ve lo cercate … non c’è apposta nel mio testo

 raccolta foto : 23 luglio alle ore 1:26

Ohhh Aterro do Flamengo.


1. Troppo importante questa opera di Affonso (Reidy) Roberto (Burle Marx) e Lota (De_Macedo_Soares, una donna)! per farvela sentire tutta insieme. andiamo per gradi. Partiamo da questa foto, per capire. Guardate ... guardate ... c'era il mare ... c'era il mare appena difeso da una insieme di massi l. Se non si capisce che c'era "prima" il mare sfugge la chiave: l'Aterro do Flamengo è Rio nella sua essenza, è una città che infrastttura se stessa misurandosi con la natura.
2. Affonso Reidy diventa ben presto, appena trentenne, il responsabile dell'ufficio del piano di Rio! Capite vero? Le città mica prendono forma con un patteggiamento infinito tra te e mammete. Ci vogliono uomini con idee chiare e un buon volano con il potere. Esempi? Beh facile facile Biagio Rossetti e Ercole I a Ferrara, o Fontana e il piano sistino. Un altro? Ernest May a Francoforte. Più recente? Edmund Bacon a Filadelfia ... ancora? Boighas e Barcellona! Ora Reidy a capo dell'ufficio di piano ovviamente è l'elemento dirimente.
3. Vi ricordate la questione dei nomi... ? Anche qui c'è un fatto, che spiega molto. Il progetto si dovrebbe chiamare "O Parque do Flamengo"... ma invece vox populi emerge questo nome...O "Aterro" do Flamengo. O Aterro invece di parco!! Ma quale parco d'Egitto, a New York cardo decumanica si facciano i "parchi" qui a Rio città del mare della foresta dei
Monti rasati al suolo, non si fanno parchi, si fanno infrastrutture: e si battezza la meraviglia di Affonso e Roberto lo Aterro (il riempimento! Il terrapieno)
4. Mi domandavo.. testiamo lo Aterro do Flamengo di Rio de Janeiro con le cinque categorie sulle infrastrutture e vediamo se funziona.

I. Multitasking (voto 9+)
Pedonalità, carrabilità veloce, collegamenti trasversali pedonali via ponti naturalmente leisure e sport - l'Aterro viene chiuso parzialmente al traffico e invaso dai cittadini la domenica. O Aterro - vedi il nome - è fondamentale anche dal di vista della protezione della urbanizzazione e della mediazione baia-spiaggia-città come grande spugna mutevole .. .. penso al Mose a Venezia e urlo di rabbia e di vergogna (un magistrale esempio di mono tasking ... e negli anni Duemila).

II. Green systems (9+)
Lo volevano chiamare o Parque do Flamengo e quindi questo va sans dire! Tra l'altro con essenze arboree e un disegno paesaggistico mirabile pensato da quel gigante del pronipote di Karl Marx che tutti conosciamo.

III. Information Technology Foam (7+)
Concepita in un momento storico diverso, oggi O Aterro comincia ad essere attivo anche in questo settore. In particolare con delle notevoli postazioni informative, ludiche e socializzanti.. Rileggere "La schiuma che informa " se vi va per capire che cosa può voler dire accoppiate information technology e infrastrutture..

VI. Quality mobility (10 e lode)
Percorrere in macchina, in autobus, in bici, in monopattino - manuale o elettrico - in pattini, a piedi e da solo con cane figli familiari e amici l'Aterro do Flamengo è esperienza in tutti i casi rincuorante, illuminante, bella. Si è a confronto non solo con il più grande babà del mondo (che qui chiamano Pan di zucchero), ma anche con capolavori architettonici assoluti (altro discorso.. ma che per la verità ci sta, dato che intelligenza genera intelligenza e stupidità genera criminalità anche architettonica).

V. Cittadinanza (10 lode e baci accademici ai tre progettisti)
Non solo è una infrastruttura in cui i cittadini di Rio si riconoscono, ma in cui tutti dovremmo riconoscerci, imparare e cercare di emulare: O Aterro! O Aterro: un grido di battaglia, una magica parola segreta.