Wednesday, February 03, 2016

La scomparsa di Giacomo Leone


Ieri, è scomparso l'architetto Giacomo Leone. Avevo grande stima di lui e gli ero amico. Per trasmettere Giacomo a chi non lo abbia conosciuto bisogna dire una banalità: Era un vero Architetto! Un vero architetto che pensava scriveva disegnava per costruire. ! Voglio ricordarlo ora a caldo con due cose. Questo film you tube che feci per cercare di far conoscere meglio il suo lavoro (era restio a pubblicarlo...) ed una foto che una volta mi regaló in un suo speech a Gioiosa. Giacomo è al centro piccolo, seduto in basso. Attorno I suoi amici e colleghi studenti dello Iuav di Venezia. Giacomo dotato di grande talento e intelligenza allo stesso tempo sempre voleva essere parte di un gruppo che condivideva idee valori comportamenti.

Grazie Giacomo per quanto hai fatto per tutti e per i pensieri che abbiamo condiviso.

https://m.youtube.com/watch?v=CnFYSEc9fos

Ecco un aricolo veramente Buono su "la Sicilia" di Pinella Leocata di oggi 3 Febbraio 2016

Wednesday, January 27, 2016

Traduzione in albanese di Architettura e modernità dal Bauhaus alla rivoluzione informatica




Translation of “Architettura e modernità dal Bauhaus alla rivoluzione informatica” in lingua albanese  a cura del professor Sotir Dhamo, Polis University Press.


"Chi parla? È la parola stessa!" - Heidegger

Tutto dipende dal sistema di riferimento. Se pensiamo alla lingua spagnola o francese un libro di architettura in più o in meno ha un valore piccolo, ma la traduzione di una nuova storia critica dell’architettura moderna in Albanese ha invece un grande valore relativo. 
Infatti con “Arkitektura dhe moderniteti. Nga Bauhaus tek revolucioni informatik“ siamo di fronte ad uno dei pochi libri di questa mole tradotto in albanese. La traduzione è un atto di politica culturale di grande impegno da parte della Università Polis. 

Naturalmente in Albania vi è  accesso alla letteratura straniera e quindi sarebbe lecito chiedersi perché tradurre un libro in albanese una volta che può essere “letto in lingua straniera e mettersi al lavoro per averne addirittura una versione in lingua albanese? La risposta, credo - sostiene Dhamo nella sua Introduzione - possa essere in questa osservazione: quando in una lingua non esiste una parola, è difficile che ne esistano anche i concetti ad essa legati; tanto meno esiste la possibilità di una comune comprensione del concetto legato a quella parola. Direi, quindi, che la necessità della parola e del concetto, è anche uno dei ruoli primari della lingua. Come sostiene Heidegger, è la parola ciò che ci racconta la natura di tutte le cose e che arriva da noi tramite la lingua, allorché rispettiamo la stessa natura della lingua (Heidegger, M. Costruire, abitare, pensare, 1951).

La cultura si costruisce allora con una lingua specifica, una lingua propria a quel mestiere. La traduzione è un atto di politica culturale. Continua Dhamo:

“A questo proposito vorrei dire che personalmente sono convinto che la povertà dell’architettura, della città e del territorio nasce prima di tutto dalla povertà spirituale, che a sua volta, deriva dalla povertà del bagaglio culturale e concettuale. Per ragioni storiche, il linguaggio dell'architettura e dell'urbanistica, e quindi la comprensione di molti fenomeni in Albania, sembra talvolta ancora preda dell’isolamento degli anni Novanta, immediatamente prima del collasso della dittatura. Il caos territoriale e urbano rifletterebbe, tra l'altro, la nostra confusione mentale sul significato delle cose e, soprattutto, la mancanza di comprensione comune di certi fenomeni.”

Naturalmente il libro intesse sempre una relazione tra crisi e tentavi di di risposta della cultura architettonica e artistica, un aspetto decisivo per un paese come l’Albania che è uscita relativamente di recente da grandi sommovimenti politici. Nota ancora Dhamo che:

“il libro non solo ha un carattere che definirei emancipante, ma diventa una guida per l'emancipazione stessa, dal momento che uno dei suoi motivi principali è il racconto di quella ricerca in architettura che può essere definita Moderna. Così, questo libro ci fa capire soprattutto come l'architettura possa a suo modo, e con gli strumenti che le sono propri, riflettere i progressi della scienza, della tecnologia, delle arti e del pensiero. E questo, non tanto per quel che riguarda gli aspetti formali, ma soprattutto per quelli legati allo spazio.”

Ci uniamo al professor Dhamo nel ringraziare la nutrita squadra di studiosi e architetti che per circa tre anni ha contribuito alla traduzione 
 Ermal Hoxha, Dorina Papa, Ardit Lila, Ledian Bregasi che hanno aderito volontariamente all'iniziativa, il Preside della Facoltà di Architettura e Design di Università POLIS, prof. Antonino Di Raimo e il Rettore dell'Università Prof. Dr. Besnik Aliaj. “Senza i loro consigli molti concetti e questioni teoriche non avrebbero potuto raggiungere l’adeguata chiarezza in lingua albanese.”


L’introduzione del Professor Dhamo in albanese insieme ad alcune parti del volume sono scaricabili a questo link, la versione italiana dell’Introduzione uscirà a cura della rivista “Il Progetto” che si ringrazia per la concessione delle anticipazioni.



Monday, January 11, 2016

Nascita della collana «Gli Strumenti»




Il 6 gennaio 2016 è nata  la nuova collana «Gli Strumenti» con il libro di Claudio Catalano “I sandali di Einstein introduzione all’estetica dello spazio tempo”. «Gli Strumenti» vuole fornire elementi di riflessione conoscitiva e teorica nei campi della scienza contemporanea, del pensiero, dell’arte, dell’urbanistica, dell’architettura e della produzione di oggetti. La collana è composta da libri precisi negli apparati, densi nei contenuti, chiari nell’esposizione che intendono spingere il lettore alla ricerca di nuove direzioni del proprio operare.


Claudio Catalano compie un percorso affascinante e a tratti esaltante tra arte e scienza: da Newton a Boullée da Riemann a Turner, da van Gogh a Poincaré, da Einstein a Duchamp, da Heisenberg e Bohr a Cage. Catalano estrapola materiali di grande suggestione e li porge al lettore con sicura capacità divulgativa immergendoci nelle più recenti acquisizioni della scienza.

Friday, December 11, 2015

Materialisti della Storia, Jetztzeit e Walter Benjamin

Interverto al convegno Modernità delle rovine. Casa dell'architettura di Roma, 11 Dicembre 2015
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Saturday, November 28, 2015

Tevere Cavo Una infrastruttura ecologica per Roma

Ascolta la Lezione 10 Novembre 2015 Roma TreLezione al Laboratorio del prof. Luigi Franciosini
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Ogni generazione deve riscrivere la propria storia

Intervento al corso di Architettura Contemporanea Prof.ssa Antonello Greco 
Sapienza Fcoltà di Architettura 1
Ascolta la Lezione 12 novembre 2015
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Un breve intervento Sulla scrittura di architettura

Lo scorso marzo si è tenuto in facoltà di architettura di Roma un simposio sulla Scrittura di architettura. organizzato dal prof. Renato Partenope, docente al Corso di Dottorato di Architettura di Teorie e Progetto che coordino a Sapienza e di alcuni dottorandi

Ho ritrovato le tracce di quell'intervento di cui non esiste audio.

Si è da poco concluso il simposio sulla scrittura di Architettura qui in facoltà promosso dal prof. Renato Partenope. Tutte o quasi le persone menzionate sono intervenute. A me ha fatto molto piacere assistere, reincontrare vecchi amici, sentire i più giovani dottorandi e ricercatori conoscere meglio il prof. Ernesto D'Alfonso che conoscevo in particolare via la bella rivista dedicata alla ricerca nel dottorato di architettura e che adesso rivive nel web "Arc.2 città" in http://www.arcduecitta.it. Questa rivista propone una call for paper in cui molto attivi sono dei dottorandi della nostra scuola come Pietro Zampetti e Giada Domenici che a me sembra una ottima idea. 

Dichiarare il proprio "manifesto" dell'architettura è un esercizio critico importante. Plaudo: aderite se ne avete la forza, è una sfida vera. Questa volta non ho registrazione audio dei miei intervento. Diciamo che nel primo ho cercato di far capire quanti modi diversi di scrittura dell'architettura ho praticato in questi trent'anni e più.

L'ho fatto portando i libri materialmente con me. Mi sono soffermato nella fase in cui mi premeva avere una scrittura molto pertinente al fare progettuale che insegnasse veramente a fare il progetto (è la fase della mia dissertazione dottorale e del libro su Louis Sauer), poi ho spiegato citando un concetto di d'Alfonso la centralità del modello e del disegno proprio per la scrittura. Ho spiegato che il libro su Terragni aveva questo motore del fare-costruire-disegnare le architetture "prima" e senza questo lavoro sicuramente alcuni strati della scrittura non sarebbero stati come sono stati. Poi ho parlato della lunga consuetudine verso una scrittura anche rivolta al grande pubblico, soprattutto attraverso "Costruire". Una palestra che si è intrecciata con i temi precedenti ed hanno portato a libri come quello su Eisenman o su Gehry e poi alla cura della collana gli architetti. Con la mia preoccupazione di scrivere libri aderenti alla concretezza dell'architettura nei suoi aspetti spaziali, costruttivi, organizzativi espressivi evitando la deriva letteraria o la raccolta di commenti di terzi... Infine ho molto brevemente accennato alla collana “La rivoluzione Informatica”. In realtà sarebbe stato l'aspetto più importante perché qui la scrittura di architettura si intreccia con un idea generale di rinnovamento, una sfida completa di direzione delle forze in un lavoro di squadra. Questo punto forse il più importante di tutti non è stato ben affrontato. Era il più importante perché qui la scrittura di architettura si intreccia con un discorso storico. Per strada ho omesso così tante altre cose.. ma è naturale visto che a ben pensarci il mio lavoro è tutto ascrivibile nella tematica della scrittura di architettura e dovrei farci un corso tutto intero piuttosto che un intervento ad un simposio. Nel pomeriggio ho ripreso alcune parole chiave che mi avevano interessato mettendole a sistema, dal mio punto di vista per i dottorandi. La parola 1. semplicità e 2. siamo noi artefici, derivate da Purini il 3 e l'importanza dell'ipotesi il 4. la circolarità tra strumento e pensiero in cui sono stato critico su alcune cose che sfruttano gli aspetti più epidermici della rete. Ma in realtà se il "contenuto" della stampa tipografica è la rivoluzione luterana.. quale potrebbe essere o sarà il contenuto del web? Almeno per l'architettura? mi sembra questa una domanda stimolante.. e non hanno torto affatto coloro che ci pensano e ci si interrogano. 

Infine ho proposto una cosa scherzosa come occupazione ai dottorandi italiani.. mezzo scherzavo e mezzo no, ovviamente.

Pensando alla scrittura di architettura mi veniva in mente quando ventenne ho fatto sei versioni circa del mio Pagano, nell'ultima, copiando Persico che battendo a macchina giustificava le righe !. Sì, sapeva come giustificare le righe a macchina e io avevo copiato da lui la strana mania. Si fa così: verso la fine della riga si vede quanti spazi mancano e o se ne aggiunge uno, oppure si aumenta uno spazio con il trattino dell'accapo, oppure si mette il segno meno oppure si mette sotto la lettera il trattino. Con questa combinazioni di sistemi si "giustifica" battendo a macchina. 

Cose da matti per la scrittura di architettura, no? Ma è sempre una buona idea partire dal pratico e da questo andare se ce la si fa oltre.




L'Asilo Sant'Elia a Como

Giuseppe Terragni  L'Asilo Sant'Elia a Como Tre Fasce un Telaio
Ascolta Conferenza a GenovaVedi le immagini

Invertire la direzione del nostro sviluppo

Urban Green Line  Una Infrastruttura di Nuova generazione per la città consolidata
Ascolta la Conferenza a Catania 27 novembre 2015
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Saturday, October 31, 2015

Dopo quattro secoli Roma riscatta Annuccia (Anna Bianchini), l’annegata del Caravaggio nella Morte della vergine del 1605 grazie al progetto di laurea di un neo architetto.

Si chiamava Anna Bianchini, era una prostituta e Caravaggio lo sottolinea vestendola di rosso, che era il marchio imposto. Annuccia era incinta. Si è uccisa per questo non riuscendo a pensare ad un futuro per sé è il suo bambino?. Con ogni probabilità sì, e si è uccisa nel tratto dannato del Tevere appena fuori la Porta del Popolo vicino al loro ghetto.
Il giorno 29 ottobre 2015 Gabriele Stancato con Antonino Saggio relatore ha discusso alla Facoltà di Architettura di Roma Sapienza una tesi che riscatta, appunto dopo quattro secoli, la morte di Annuccia e quella di migliaia di derelitte abbandonate, madri incinte prostitute e ladre.
Propone per l’area del lungo Tevere tra il Pinedo e Ponte Margherita, un Istituto carcerario attenuato per madri detenute con bambini. E’ Unione europea che ce lo impone. il progetto di Stancato è una equazione matematica, è l’arringa di un tribuno, è l’indagine di un appassionato investigatore. Fa comprendere come questa proposta sia effettivamente importante, per la storia dell’area, per il suo stato assurdo di abbandono e degrado, per la necessità politica di dare un segnale di civiltà, per la presenza di tecnologie informatiche che lo rendono possibile e per la presenza di iniziative produttive che sviluppano concretamente il recupero delle madri detenute con il lavoro. L’Architettura e il progetto affonda nelle crisi e dà forza e coraggio. .. Studia tutto il progetto da qui
LINKhttp://www.arc1.uniroma1.it/saggio/Didattica/Tesidilaurea/Stancato/





Saturday, September 26, 2015

Vessazione

Lettera aperta al presidente dell'Atac

Se esiste il reato di vessazione ai cittadini per palese ignavia, il caso del bus 51 è esemplare.

Il  bus 5, prolungato alla fermata In piazza Camerino lungo via la Spezia per servire la fermata chiamata eufemisticamente "Lodi", non ferma alla stessa piazza Lodi a circa 350 metri ad est dove potrebbe caricare moltissimi viaggiatori (tra l'altro che arrivano dalla antidiluviana Roma-Pantano).

Perché non si ferma?

I cittadini hanno scritto, l'Atac ha risposto. Non si può fermare alla fermata Lodi perché il bus sta  circolando sulla piazza "in uscita dal capolinea" e la prima fermata valida e capolinea è piazza Camerino Direzione ovest, cioè verso San Giovanni. Quindi: il bus fa circa 700 metri dove potrebbe raccogliere centinaia di cittadini ma non lo fa perché quello è un giro "in uscita dal capolinea", sta facendo manovra, capite?, e quindi non si ferma alle fermate valide per gli altri bus, che pur esistono.

E poi uno si stupisce dei mille disservizi giornalieri, dei treni cancellati e dei miei studenti che perdono, lezioni, voglia, pazienza .. ma se questa, che è una semplice regola di buon senso, che per risolverla basta aggiungere una pralina alle fermate esistenti, cosa aspettarsi negli altri casi?

Ora io dico, presidente,  legalmente esiste un reato di "vessazione" del cittadino?
Se si, io credo che lei dovrebbe autodenunciarsi, in attesa ovviamente di soluzione da lei o da altri preposti.

PS
Come se non bastasse allego questa foto. Al capolinea del Bus 51 stazionavano 5 bus - dico c i n q u e -   la domenica mattina del 4 Ottobre 2015. Uno addirittura in doppia fila, con il rischio che ciò ovviamente comporta. Veramente sono senza parole.
(Antonino Saggio, U. Sapienza)

Copia e incolla liberamente.


Wednesday, August 12, 2015

La Piramide al 38º parallelo di Antonio Presti e Mauro Staccioli



*

Sono stato alla piramide prima che fosse Piramide. Andai con Antonio Presti che è, come sapete tutti il Fondatore e creatore di Fiumara d'arte e di molte altre iniziative per promuovere la bellezza in Sicilia. D'ora in poi sarà chiamato Antonio. Sono legato a lui da rispetto per la rilevante figura pubblica e la generosità dell'azione e da amicizia per la persona e sono legato tra tutte le opere in particolare alla Piramide del 38 parallelo per diverse ragioni legate alla sua nascita. Ci andai con Antonio, forse nel 2008 e c'erano soltanto un paio di operai e la ruspa pronta. Sulla strada mi parlò dell'idea e come sempre uno rimane sbalordito dalle sue idee perché le idee di Antonio sono, diciamo così, sistemiche. E cioè non si tratta mai di una cosa, ma di un insieme interrelato di forze, forme, agenti, eventi, attori che creano dei cerchi, degli anelli che fanno muovere l'ambiente attorno a sé. E lo fanno muovere simbolicamente, socialmente, politicamente, creando anche come è ovvio vibrazioni e turbolenze.
Insomma eravamo lì, in quello spiazzo in cima alla montagna.. a parlare con il ruspista e i tecnici e dopo pochissimo cominciarono i lavori. Mi disse del disegno di Mauro Staccioli per la Piramide ma è del tutto ovvio che qui non si tratta di un rapporto committente-artista, ma di una profonda compartecipazione dell'artista all'idea di Antonio.

Riandai dopo circa un anno e la Piramide era su, magnifica, con quella forma sbilanciata, quella dinamica base triangolare, quell'acciaio corten così bello, quell'interno con l'asola da cui penetra il raggio della luce del tramonto, quel grande gioco di massi circolari a caratterizzare l'interno. Mancava solo una parte. Era la guglia di chiusura che era realizzata in un pezzo unico, una mini piramide in cima a chiusura. C'era una gru e ci salii con Antonio a vedere tutto dall'altro e poco dopo ad assistere al momento magico. Quello in cui la gru e gli operai dovevano mettere la guglia al suo posto la in cima. Antonio scherzando ogni tanto ricorda che io sono un poco "fortunello" ad aver vissuto in prima persona i due momenti chiave della Piramide e spesso ricorda agli amici un altro fatto. In seguito andavo spesso all'atelier dell'arte a Tusa. Un tardo pomeriggio del 2011 dissi: "Vado alla piramide in moto, voglio starci un poco." Salii, ormai era il tramonto, la moto all'ultima curva scivoló e caddi. Ma la cosa grave fu che per quanti sforzi facessi fu impossibile rimetterla in piedi. Era arrivato il buio, ero in cima alla montagna deserta. Telefonai ad Antonio che arrivò con altri tre amici ad aiutarmi, era buio e tardi. Capii la lezione che mi avevo dato lei, la Piramide: rispetto. Ci tornai l'indomani con un lungo tratto a piedi e sempre partecipai con amicizia e rispetto al rito della luce che come sapete è un grande evento che celebrando l'arrivo dell'estate al solstizio del 21 giugno coinvolge un centinaio di artisti (musicisti, poeti, compagnie di recitazione e danza, pittori, scultori eccetera e che in alcuni anni ha coinvolto intere scuole).

Quest'anno è capitata una esperienza decisiva.
La notte prima dell'evento ha piovuto distruggendo  alcune installazioni, strappando i teli e soprattutto inondando l'interno della Piramide e vanificando parte del grande lavoro di preparazione della settimana precedente. La mattina si è andati presto in molti a riparare. Ricordo la fatica degli scultori a tirare fuori l'acqua e il fango a secchiate dalla Piramide, e mi ricordai: "La storia si fa con l'atto". Uno tira fuori il fango ed ha partecipato l'ha fatto.. C'era e c'è. Alle undici  del 21 giugno 2015 il cielo era nuvoloso e alcune gocce di pioggia nuovamente cadevano. Erano attese diecimila persone. Da architetto dissi: "Antonio dobbiamo preparare un piano B". Da artista mi rispose "Non esiste un piano B". Ci ho messo venti ore a capire, lo sapevo ma non lo ricordavo: Nell'arte si rischia se stessi nell'arte non c'è il piano B!
Incredibilmente arrivò un sole magico e dorato, meraviglioso e insieme storditi, con moltissimi altri circondammo la Piramide di mille anelli di persone.




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*. Foto del 22 settembre 2011 ore 19:35
**. Foto del 21 giugno 2015 ore 11 ca

Thursday, July 23, 2015

Esiti Laboratorio IV saggio 2015

"Tevere Cavo e l'Ansa Olimpica" Laboratorio Urban Voids. Progettazione IV, Saggio, U. Sapienza, Roma 2015

I lavori del laboratorio si inseriscono nel progetto UrbanVoids™ e in particolare nel progetto che investe  il tema Tevere Cavo.
Il progetto Tevere Cavo intende mettere a sistema una serie di vuoti urbani e di aree sottoutilizzate a Roma. Si tratta in particolare della parte della città che segue l’andamento del Tevere dalla diga di Castel Giubileo alla porta di Piazza del Popolo e che è racchiuso dai grandi colli di Monte Mario ad Ovest e di Monte Antenne ad est. il progetto Tevere Cavo si ricollega idealmente e metodologicamente alla Urban Green Lines che legava con un anello ecologico i due grandi parchi archeologici tra l’Appia e la Casilina (cfr. n. 278 de “l’Arca”). Se in quel caso una nuova linea tranviaria assumeva il ruolo di catalizzatore di una serie di intenti e scopi, in questa parte di Roma non può essere che il Tevere l’elemento sistemico. Un Tevere su cui scorre la storia stessa della città e forse il suo futuro.

I progetti si basano su cinque caratteristiche chiave:
- la creazione di programmi d’uso innovativi basati sul concetto di “Mixité”
- la valorizzazione di ambiti abbandonati o sotto utilizzati della città
- lo studio di nuovi approcci dal punto di vista bioclimatico, energetico e ambientale
- l’utilizzazione di tecnologie informatiche nella diffusione e co-responsabilizzazione del progetto
- l’attivazione di rapporti concreti con possibili partner del progetto considerati come attori irrinunciabili nel contesto sociale della città.
La didattica si basa sulla valorizzazione della energie degli studenti attraverso un insegnamento direzionato nei contenuti, nelle tecniche e nell'aumento delle conoscenze specifiche al fare progettuale nei suoi aspetti contestuali, programmatici, ambientali, distributivi, spaziali, volumetrici ed espressivi, tutti temi oggetto di specifici cicli didattici e di lezioni accessibili  pubblicamente  in video you tube streming. Qui sotto una selezione di alcuni progetti. Dal nome dello studente si accede al Link con il lavoro completo e tutto il percorso di ricerca compiuto.
Programma didattico, pubblicazioni, lezioni con video e altro materiale sono disponibili a questo 

Silvia Nocchi


Mauro Maglietta 
http://chiaraspigalabiv.blogspot.it/

Wednesday, May 13, 2015

Ricordo di Vincenzo Colella, maestro della vita.

Un aspetto che mi ha sempre colpito del prof. Vincenzo Colella, scomparso lo scorso giovedì a cento anni (27 marzo 1915- 8 maggio 2015), è la dignità. Una dignità della persona e degli abiti. Quando mi incontrava diceva .. ragazzaccio ... e senza parere, con un minimo gesto, mi faceva capire il pizzo all'aria, la camicia fuori, il capello tutto scapellato. 
Ma la dignità e la misura del vestire e l'ordine della persona era sistemico, non era superficie, era sostanza.
Tra i molti aneddoti mi raccontava che in carcere Sandro Pertini era sempre ordinatissimo. Metteva la tuta sotto il materasso la notte per averla senza grinze la mattina. Ed era sempre ordinato. Pertini, chiaro?. Come se quell'ordine della persona fosse l'arma per combattere la violenza, l'arroganza, la barbarie. Ho visto un mese fa la tuta di prigioniero politico a Mauthausen del prof. Colella. È al nobile e piccolo Museo di via Tasso.
La riportó a casa dal campo di concentramento, praticamente la sola cosa. E si penserebbe.. la tuta? Si riporta a casa, dopo mille peripezie, la tuta? Ma certo: è come se in quella tuta fosse intrisa la propria dignità di uomo, comunque e sempre.
La dignità del prof. Colella era una grande forza. Era il suo essere al mondo. Trasmetteva l'idea che si poteva pensare, si poteva trasformare, si poteva applicare intelligenza e calma per migliorare. Lui certamente l'ha fatto, quando non si è tolto la divisa da ufficiale italiano ed è stato catturato, quando stava nel carcere delle SS a via Tasso e poi nei mesi durissimi in Germania.. E poi, organizzando il rientro di migliaia di poveracci e poi come maestro e professore e come organizzatore delle associazioni dei prigionieri politici e nelle lunghe vicende del suo Villaggio Olimpico. Di tanto in tanto veniva a pranzo con noi e quasi tutti i giovani di Nitro o i laureandi lo conoscevano bene. Ed hanno un racconto, un episodio, un sorriso. Si il prof. Colella sorrideva un sacco, sorrideva.


Foto del 2 aprile 2011 in una delle tante occasioni di incontro con i laureandi

Thursday, February 05, 2015

van Gogh dipinge i Girasoli

Van Gogh Dipinge i Girasoli
di Antonino Saggio

L’analisi dettagliata del ritratto dipinto da Paul Gauguin Van Gogh che dipinge i girasoli, insieme alle acquisizioni di recenti studi storici, illumina di una nuova luce il dramma che si compì ad Arles la notte della anti vigilia di Natale del 1888 quando i due pittori ebbero un violentissimo alterco, Gauguin lasciò precipitosamente Arles e van Gogh, mutilato del lobo dell’orecchio sinistro, fu ricoverato in preda ad allucinazioni all’ospedale della cittadina. Il libro ha trovato molto interesse nei suoi lettori per la scrittura densa e per il continuo intreccio tra il dato artistico e le vicende della vita. Il quadro di Gauguin in questo contesto diventa contenitore più vero del vero, il luogo dell'intreccio dei molteplici livelli  psicologici, artistici biografici del rapporto tra i due pittori. E così che questo libro rivela la storia del famoso episodio del taglio dell'orecchio, in una ricostruzione inedita ma appoggiata su fonti certe.



Addendum Critico
(estratto della parte finale del libro)


Figura 1.5 Paul Gauguin, Van Gogh che dipinge i girasoli, dicembre 1888, Museo van Gogh, Amsterdam

Chi scrive conosce Van Gogh che dipinge i girasoli sin dal 1970 e lo ha esaminato con attenzione molte volte dal vero, di cui una alla straordinaria mostra “Van Gogh e Gauguin. Lo studio del Sud” al Chicago Art Institute, curatori Douglas Druick e Peter Kort Zegers. Nelle pagine dedicate al dipinto del loro volume del 2001, Druick e Zegers compiono di Van Gogh che dipinge i girasoli una disamina importante, di cui questo scritto fa tesoro. Chi scrive aggiunge al lavoro degli studiosi citati nuove fonti documentarie, alcune osservazioni e soprattutto mette in relazione il dipinto ai drammatici avvenimenti successivi.
La direzione del museo van Gogh di Amsterdam accosta Van Gogh che dipinge i girasoli al veloce ritratto che van Gogh dipinge di Gauguin (v. Copertina). L’accostamento di due quadri dalla qualità pittorica così diversa induce a pensare che van Gogh, esattamente come Gauguin voleva far credere, ne fosse una sorta di allievo. Il fatto che i due quadri siano coevi, non comporta che sia condivisibile accostarli. Mettere uno vicino all’altro il modesto ritratto di Gauguin dipinto da van Gogh, con il grande e bellissimo quadro di Gauguin è un errore. Tanto più grave perché compiuto proprio nel museo van Gogh - nella “propria” casa. Questo errore è la motivazione più profonda di questo scritto e mi sembra di aver ampiamente provato che questo dipinto è il luogo del tradimento di Gauguin. Non so se il museo van Gogh cambierà idea, ma nella mente del lettore, Van Gogh che dipinge i girasoli dovrebbe essere accostato a destra da La Sedia di Paul Gauguin F 499, anch’esso museo di Amsterdam, che van Gogh dipinse quasi contemporaneamente come una sorta di ritratto “psicologico” di Gauguin sotto le mentite spoglie di una natura morta. Un quadro che fa dell’assenza il suo centro espressivo.  E a sinistra da La Sedia di Van Gogh e la sua pipa F 498 questo sì “autoritratto” drammatico anch’esso dipinto da van Gogh durante le settimane di convivenza di Gauguin ad Arles.
Se si esamina la produzione di Gauguin ad Arles (Druick e Zegers 2001) si fa un balzo. Sono venticinque quadri e praticamente tutti capolavori, di una bellezza e di una intensità sconvolgente (Fattoria d’Arles, Lavandaie al Canale, Casolare a Arles, Calura, Vedute degli Alyscamps, Il caffè di notte di Arles ma anche altri). Gauguin attraverso il periodo di Arles esalta la propria pittura che compie un ulteriore sensibile avanzamento sia nella continuità che nella qualità della produzione.  Van Gogh invece ha dipinto tutti i suoi capolavori prima dell’arrivo di Gauguin ad Arles. Se si esamina la pittura di van Gogh nel periodo di convivenza si vedono tre fenomeni interessanti ed interrelati: 
Link
Il libro completo su van Gogh di Antonino Saggio
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Lo Strumento di Caravaggio - The Instrument of Caravaggio
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Saturday, December 20, 2014

Blake, Mortimer e i layer


Mi è ricapitato tra le mani un libro di Umberto Eco, La Misteriosa Fiamma della Principessa  Loana... Forse a qualcuno sarà capitato di leggerlo. si tratta apparentemente di un romanzo, in realtà è una sorta di autobiografia dei tempi della pre adolescenza del grande autore e studioso.

 
Il posto da gigante in questo libro, lo svolgono i fumetti. Fumetti di cui Eco è stato, forse con Oreste del Buono, il più grande sdoganatore in Italia. Quando lui, nato nel 1932 alla metà degli anni sessanta li sdoganava, io, nato nel 1955, li leggevo. Ma ecco il problema, o meglio la crisi. E' uscito alcune settimane fa un nuovo episodio del mio fumetto preferito. Siamo nel 2014, come spiegare a me stesso e forse anche a qualche amico, questo intenso interesse, il grande piacere di questo arrivo?


Possiamo certo intrecciare la chiave culturale (gli strumenti del fumetto sono condivisi con altri più nobili media .. il racconto, l'illustrazione, il cinema, la fotografia ) oppure il dato sociale (in Italia quasi ce ne si vergogna un poco a leggerli, mentre all'estero e, in Francia in particolare, fa comunque fico..  e da decenni) oppure vedere la cosa dal punto di vista puramente edonistico .. (mi fa piacere e basta), oppure un poco come faceva Cedric (lo faccio "io" da eccentrico e quindi tu, condividendo, appartieni allo stesso club d'elite, per esempio cigaro e cynar).
Ma nessuna di queste interpretazioni mi piace e ne cerco un'altra.
Che è: questa di leggere Blake&Mortimer a me ricorda quello che io ero e quello che io sognavo, mi ricorda come ero nella pre adolescenza. Ma il punto non è la memoria nostalgica, è il contrario: è la volontà di tenere accesso il layer di quello che ero da bambino o ragazzo. Non voglio abbandonare quello che volevo essere, e quello che amavo. Che bruttezza tradire i nostri sogni, i nostri desideri le nostre speranze di giovani.
Non v'è nulla di infantile nel mio amore per Blake&Mortimer, nulla di colto, nulla di edonistico ma il piacere intenso di continuare almeno un poco a vivere quella fase e continuare ad accettare la sfida dei nostri sogni e speranze anche nella vita adulta. Mica facile ma Blake&Mortimer mi sfidano.


E andiamo per ordine allora. Ho scoperto Blake Mortimer all'eta di 12 anni. Uscivo da una esperienza strana in un barbiere di Marina di Grosseto. Me ne ricordo bene, il barbiere (non so nei luoghi di mare era forse comune .. c'era stato da poco il caso di Ermanno Livorini a Viareggio) mi aggiustva continuamente l'asciugamano tra le gambe... La cosa era imbarazzante, ma come tutti i bambini non capivo bene le implicazioni, era solo fastidioso. Girai l'angolo ed entrai in un negozio di giornalaio. me lo ricordo come uno dei posti "assoluti". Nel negozio di giornalaio, su uno scaffale c'erano loro, I Classici dell'Audacia... nuovi.  E in copertina il professor Mortimer con una lanterna in una tomba egizia. Costava 250 lire, una cifretta.. forse quasi il triplo del Corriere dei Piccoli, ma il fascicolo emanava un'aura adulta, era bellissimo, con carta lucida e patinata. Lo comprai e poi comprai altri fascicoli che erano lì: capii dopo un poco che erano giacenze... perché il fascicolo era di due o tre anni prima...


Cominciai a sviluppare un grande interesse per i giornalai, per qualunque giornalaio. Ne ero sempre attratto per vedere se vi erano giacenze di altri fascicolo di Classici dell'Audacia che non avevo, ma ero comunque interessato di per sé. Il giornalaio mi sembrava (e ancora mi sembra) un luogo delle meraviglie in cui si ha uno sguardo caleidoscopico sul mondo e come sempre cerco di convincere altri.. ma non ho nessun amico con cui sono mai riuscito a condividere questa passione.


Finite le vacanze estive tornai a Roma con uno straordinario, incredibile strumento. Una bicicletta Bianchi 26 rossa con il cambio. Uno strumento di libertà inaudito, inaudito. Prima, arrivato  nell'inverno dalla Sicilia a Roma avevo organizzato con i miei amichetti undicenni gite a piedi a conoscere la città. All'Appia antica, a Piazza San silvestro... ma adesso con la bicicletta ero una sorta di Cristoforo Colombo, una cosa magnifica. Ancora strabiliato vedo i miei studenti arrivare in autobus e mi domando... ma come e la bicicletta? Ma lasciamo stare. Mia moglie ai nostri, dice eh si allora non c'era traffico. Un errore, Roma era un caos peggio di adesso.
Ma torniamo a noi, scorrazzando in bicicletta scoprii un altro luogo assolutamente mitico meraviglioso, incredibile. Una specie di antro delle meraviglie: era un carrettino di legno veramente piccolo che però aprendosi si allargava un poco che stava sotto le mura di San Giovanni. il baracchino gestito da una signora "giusta", né svenevole né arcigna, conteneva giornali, riviste, libri e fumetti usati! Fumetti usati,  fumetti usati! una cosa da non credere. 



Andandoci ogni sera alle 18:30 in bicicletta andavo a vedere se esistevano altri Classici dell'Audacia. E ogni tanto ne trovavo uno o due.. a cento lire. E a volte, incredibile incredibile anche cinque o sei..! Un tuffo al cuore. Così giorno dopo giorno completai la collezione di tutti i Classici dell'Audacia (che nel frattempo erano usciti di produzione). E di Blake&Mortimer lessi altre storie in particolare il famosi Marchio giallo e cercai di fare proseliti prestandogli agli amici che si appassionarono. Ma il primo fumetto della serie non usci mai in Italia.. era un mappattone di 200 pagine. Lo scoprii in francese solo moltissimi anni dopo, forse nel 1973, lo comprai e pensate un poco leggendolo in francese lo traducevo oralmente in italiano in un registratore cosicché il mio amico appassionato usando le cassette aveva un audio libro eravamo ormai nel 1973 credo.

Tutta questa cosa di Blake&Mortimer è rimasta un poco sopita per un cinque lustri sino a che miracolo dei miracoli usci nel 1996 un nuovo album.. Come un nuovo albm? L'autore era morto nel 1987. Ma invece ci fu una ripresa della serie! Ora mentre di norma queste riprese come dei film dei libri eccetera fanno schifo e uno pensa sempre ah l'originale..! la ripresa della serie di Blake&Mortimer è una vera e propria meraviglia per noi appassionati. Le storie sono bellissime, i disegni accurati in stile Jacob, l'edizione classica. il tutto è fatto ad un equipe a rotazione tanto che ogni anno o due ce la fanno a far uscire un nuovo album.
L'ultimo appunto è addirittura una sora di antefatto rispetto al mammarozzone "Il segreto dell'Espadon" spiega cosa era avvenuto prima.
Ogni tanto vorrei vedere i quadri di Van Giogh dopo che è morto, o le architetture di Giuseppe dopo che è morto sulle scale, o penso ad un seguito mai fatto di Amerzone, o chissà a cose di questo genere che però non succedono mai. Invece nel caso di Blake&Mortimer il miracolo è avvenuto: è ricominciato, è ricominciato ed è meglio di prima.
Questa ripresa è una delle cose belle della vita: fa pensare che esiste un progresso, che esiste un futuro che il nostro desiderio e sogno volontà di bambini non sempre viene tradito ma che un poco vale scommetterci. Con questo entuasiamo ho ripreso il mamarottone "Il secreto dell'Espadon" per rileggerlo. Ma alla decina pagina mi sono mezzo bloccato. Ok, Nino ok, basta infanzia adesso, hai delle responsabilità ora, devi scrivere di cose importanti, motivare i ragazzi laureandi e dottorandi, lavorare con i giovani di nITro, vivere il lavoro universitario insomma .... abbiamo capito, ma ora torna in te.

Tuesday, December 02, 2014

Post born. A New Generation of Digital Architects is Born

Preface by Antonino Saggio to "Plasma Works From Topological Geometries to Urban Landscaping" by Maria Elisabetta Bonafede, Edilstampa, Rome 2014  The IT Revolution in Architecture book series


Plasma Studio is the first group of architects who can be considered “post-born.” In fact, both of the two founding members – Eva Castro and Holger Kehne – as well as Ulla Hell are born between 1969 and 1973. This means that their generation studied architects such as Ben van Berkel, Jeff Kipnis, Greg Lynn, Patrick Schumacher, and others, and that they have been among the readers of the very first volumes of my series; they were not yet thirty in 1998. If the generation mentioned above is that which we have dubbed those “Born with the Computer” (see the book by C. Pongratz and M. Perbellini from 2000), the generation of Eva, Holger, and Ulla is the one that, having been students of the former, today consolidates, builds, and expands the digital paradigm and the computer revolution of architecture.
We have chosen Plasma Studio to begin this journey of the “post- born” because Plasma is certainly one of the most interesting realities, and because they represent situations typical of the new generation. The givens recurring today were unthinkable only twenty years ago. First of all, regarding the three partners. Two women – thus an absolute majority – and only one man. Who would have thought? Considering the composition of studies twenty-five years ago, and particularly who signed in competition, the difference is impressive. Today, women are the majority! Those who teach know how good female students and female architects are, and have been for many years.
Between Eva, Holger, and Ulla the diversity in characters is most remarkable, and particularly in the cultures of their origins. A springy Argentinian architect, a calm and reflective German, and a firm and serene Italian (I would like to say “Italian”, even if her accent cannot be considered Tuscan).
In addition there are three studios: one in Trentino-Alto Adige in Sesto where Ulla lives and works, one in London where Eva and Holger, among other things, teach at the Architectural Association, and one in China which follows the new front and important new projects in collaboration with Groundlab. Skype-on-the-go, naturally. If one recalls that in the days of those “Born with the Computer” the tablet, smart-phones, and Skype did not exist, and that indeed the first experiments of work interconnected by networks were objects of important academic research (see Information Architecture by Gerhard Schmitt from 1998), we realize how this new generation can do much more complex things. But it is not the technology in itself that is important, but rather the cultural leap. We must emphasize that, for the “post-born”, interconnection is not only a word, but reality! And it is a reality that crosses interpersonal modalities, friendships, relationships, and of course the outcomes and the very performativity of architecture. An architecture similar to this is, in itself, a computer model: an interactive architecture, parametric, continually changing, as we have written many times.
Eva, Holger, and Ulla are in the phase of the greatest acceleration of their lives: they have made an impetuous leap in the scale of their work, and at the same time they manage their affections, children, and relationships. Ulla has completed her own house. The work has been published by several specialized magazines (for instance, “Wohndesign”, from May 9, 2012), and on the cover of “Stern,” the prestigious German weekly. It escapes notice, however, because it was not one of our own weeklies to occupy itself with this beautiful house of Plasma in the Dolomites, and because Ulla is an Italian architect. In this context, we must insert the author of this volume. Elisabetta Bonafede has written a beautiful and interesting book, full of attention both to the general frameworks as well as to the specific circumstances of the projects. It is a very useful book for the reader to understand many aspects of Plasma Studio’s research. Bonafede enumerates them with precision, writing that:
The architects of Plasma Studio experiment in at least four directions:
  1. –  from the formal point of view, they use new geometries bent to non-Cartesian logic, faceted surfaces, and unpredictable games of broken lines, of concave
    and concave curves fraught with tension; 
  2. –  from the point of view of perception, they experiment with immersive
    emotional pathways, as well as intense and engaging multi-sensory
    experiences; 
  3. –  from the technical point of view, they study the application of unprecedented
    structural solutions that derive from the properties and generative forces
    intrinsic in various materials; 
  4. –  from the conceptual point of view, they explore the ability of the language of
    the electronic image to redefine architectural space, and the possibilities offered by the computer in rethinking the very concept of space. 
These are key points that are analyzed by the author with precision, using an illustrative toolkit chosen with care. In conclusion, I would like to point out two episodes that bind me particularly closely to Plasma.
The first is my remote definition of Re-building nature. I devised it while I was in America at Carnegie-Mellon University teaching right after September 11. For the students I had to establish the key principles of new urban planning, and number four was precisely Re-building nature. The idea was that the young generation of digital architects needed to contend with nature anew, not romantically as with Art Nouveau but as if to say “rebuilding” – Re- building precisely – a new hybrid nature that was half natural and half artificial, possibly systemic and intelligent, perhaps fractal, surely parametric and topological.
To discover that Holger today remembers this old story of mine gives me great pleasure, but even more pleasing is the fact that Plasma’s project in Xi’an, China seems to be exactly the construction of that idea. This is seen in its combination of natural and artificial aspects, in its both natural and architectural character, and in its creation of an intelligent cycling of water and waste. There are other projects with these characteristics, but there is no other project like Plasma’s Re-building nature in Xi’an. It is a realized paradigm, a shining example.
Finally I would like to say that I owe Gianluca Milesi for the introduction to Plasma. He invited us in Milan to Hangar Bicocca, a beautiful formerly-industrial space, in 2006. I believe that Plasma had just won, but not yet built, the Puerta America. They immediately seemed to me to be a span above many others of their generation. Years later, with the Gallery of Architecture “come se” in Rome we organized their first Italian exhibition, and in “On&Off” two pieces were published (see “l’Architetto Italiano,” numbers 18 and 31). Above all Eva, Holger, and little Ariel (Ulla could not come because she was at the end of her third pregnancy) stayed with us in Nitro SicilyLab for a week. We showed their exhibition at the gallery of the Paladini “Angelica&Orlando” of Gioiosa Marea. Eva did her conference with the little one on her knee, without even batting an eyelid.



Tuesday, November 25, 2014

Tre letture

Cari amici,
Siccome i postumi del mio incidente di moto del 14 ottobre si protraggono oltre il previsto, vi racconto alcune cose e vorrei condividere con voi alcune letture. Abbandonato Mike Blueberry e Blake & Mortimer delle prime settimane di incidente, sto leggendo tre libri contemporaneamente. Tre libri descrivono un micro sistema no?. Il primo è Lucrezio "La natura delle cose". Sono arrivato alla mia età e non l'avevo letto, e Lucrezio è in effetti un buco nero (chi è con me a lezione) mi capisce. Lucrezio è un Must, uno ogni tanto fa un balzo e dice e che caspita ma guarda questo qui, si arrabbia si incavola combatte per il suo universo, lui crea un universo che è coerente per lui e ce lo trasmette. È una possente costruzione. Poi sto leggendo Recalcati "Un'ora di lezione cambia la vita" suggerito su FB da Antonino Di Raimo. Per me il suggerimento è fondamentale perché Antonino ha condiviso con me tante diverse posizioni dal 2004 ad oggi. Recalcati è un professore di psicologia e descrive con spessore tante cose dell'insegnamento. Ma per farla breve parliamo solo della centralità della parola. L'avevo ben capito quando venendo dallo straricco ETHZ andai nello strapovero Mozambico. Io ero lo stesso e i miei alunni erano gli stessi perché il vero insegnamento passa dalla parola tutto il resto non conta più del 5 % come teorizzai da qualche parte. Capii questo nel 1995, insegnavo dal 1984, chi mi ha oggi pensi a questo tempo, ma gli sia leggero perché ogni volta è nuovo, ogni volta si ricomincia. Tornando a Recalcati, ogni angolo trovo conferme e ragioni, e immagino che chi abbia incontrato anche un solo insegnante nella vita, pure. Infine Carlo Rovelli "Che cosa è la scienza". Rovelli si appassiona ad Anassimandro... Come dire che io so' pazzo per Caravaggio e van Gogh (a proposito sto preparandovi un regalo per Natale) che c'entra Anassimandro con il lavoro di un fisico teorico esperto di gravità quantistica? Beh c'entra perché le nostre eccentriche passioni sono sistemiche! Sono sistemiche! Mica uno ama Anassimandro a caso.. A Rovelli gli fa sistema crea la sua miscela! A me che lo leggo mi piace perché so già la fine (avendo letto il suo mirabile "La realtà non è come ci appare"). E poi guardo il mondo con Anassimandro capisco la rivoluzione che ha fatto e da lui ripasso a Lucrezio e all'ora di lezione che cambia la vita. Forse anche una poesia o un testo può cambiare la vita, forse. Una lezione invece certamente si!